Soltanto il cuore

Ed. EDEL, Roma – 1987

QUANDO:

Gennaio
Febbraio
Marzo
Aprile
Maggio
Giugno
Luglio
Agosto
Settembre
Ottobre
Novembre
Dicembre

DOVE:

ROMA
ALTRI LUOGHI:
Giardino a Tuscania
Blera
Norchia
Minori
Villa Cimbrone
Paestum
Cilento
Cerveteri
Trisulti
Sardegna
Tharros
Capo Testa
Nora
Giara di Gesturi
Pastori in Sardegna
Amburgo
Burnham Beeches
Pekam Rye
Nevicata
Pasha Turbesi
Topkapi
India

COME:

Fioriture di luce
Corda d’equiibrio
Il tuo sorriso
Quel niente che tu mi dai
Vecchio bambino
Vissuta di sole
Mio padre
Se durerà il sogno
Il vecchio
Cosa
Ouverture
Due rive
Tempo di neve o di pioggia
Brunswick Hotel
Improvviso
Nebbia
Un tratto di matita
Vicini alla terra
Il fuco
Colline
Compleanno
Paese
La casa del padre
Viatico
Esortazione
Alla moglie
Epitaffio
Soltanto il cuore

Soltanto il cuore – Traduzione giapponese

FEBBRAIO

     

Candelora:
è ancora inverno.
Inutile cercare
lungo i fossi
cenni di biancospino,
e tra i rami che gravano
sul vuoto
nidi o germogli.
Ancora brina la terra,
al mattino,
e rovi s’avvinghiano
alla quercia
posta a guardia di solchi
desolati,
che cercano, fuggendo,
i confini del cielo.
Eppure,
noi che andiamo
per gli argini
e le rive,
già sentiamo covare
nella terra
l’ansia del seme;
e presto,
molto presto,
vedremo il rovo
fiorire,
il nido pieno,
e il solco spigherà
presso la quercia.
Presto, molto presto,
anche noi smetteremo
i panni dimessi
dell’inverno,
per coprirci di fiori,
per nutrirci
di luce.

MARZO

     

Presagi.
La nebbia
è un mare di cotone
mosso senza rumore:
un uccello sparuto
vi si avventura.
Chissà quali diluvi
rifugge,
e quali segni ci porta
di salvezza.
Primavera
stenta a venire,
è un’ansia sottopelle
che preme,
un non so che
di sussurri
nel dormiveglia.
Un guatare per cenni
di fiorire.

* * *

Ecco il primo albero fiorito:
un mandorlo bianco
che troneggia
sopra una corte
di rovi.
Migrano stormi
dalla campagna
con brevi sortite:
il loro mondo
è un prato,
un olmo fronzuto,
pochi semi
e la pietà del vento.
Primavera
è alle porte,
batte con lievi rumori.
Apriamo:
l’assedio è finito.

APRILE

     

Biancospini
e nuvole d’aprile,
cespi di azalee spogliati
da folate di vento.
Roma del nuovo verde.
Si ameranno come un tempo
le coppie alle fontane,
verranno le rondini,
sarà primavera
come sempre?
E tu,
sarai la stessa
o muterai,
colmando i tuoi occhi chiari
di corruschi giochi
d’ombre?
No, mi dici,
il cuore è radice;
variano i segni
sulla scorza
che offriamo al tempo,
perché la scavi, l’offenda
la invecchi.
L’anima, dici,
non muta:
è seme, linfa,
mistero di cui noi stessi
strabiliamo.
Città di primavera.
L’acqua benedice
ruvidi marmi di fontane,
e l’albero di Giuda
a un gesto supplichevole di ninfa
libera gemme amaranto.
Il tempo perdona,
dice il muschio sul tufo,
tanti dolori, amori traditi,
glorie passate.
Città di primo aprile:
tra i pini di Castello
uccelli crepuscolari
salutano il sole.
« Vulnerasti cor meum »
dice il Cherubino di pietra
messo a guardia del fiume,
e sotto l’ultima folgore
radente
china il capo
vinto dalla luce.

MAGGIO

Maggio:
la rosa di Cina
brama
la tua finestra.
Quando vi giungerà
non la tagliare.
Fatti coprire
la bocca e le mani,
lascia intessere
i tralci
alla tua chioma.
E tu
resta in silenzio
avvinta a quella rete
di profumo e di seta.
Sentirai
nella notte
tra mille odori
e suoni
la mia voce
salire a te
lungo i rami dorati
a baciarti la bocca,
sfiorarti le mani;
come la rosa
di Cina
arrampicata
da questo mio giardino
alla tua altana.

GIUGNO

     

Nei campi
ardono papaveri,
e la ginestra segna
dove ha fine la terra
e preme il cielo
con imperi d’azzurro.
Viene ora il tempo
degli alti zenith
roventi,
di ampie volte fiammanti
dove le costellazioni
tracciano solchi perlati
sul volto della notte.
Solitarie montagne
nutrono il richiamo del cuculo
ovattato,
e nelle brine
di ore antelucane
gemma la rosa canina
nell’abbraccio dei rovi.

* * *

Essere pula di grano
e frangia di soffione
fatti preda del vento.
Essere frutti maturi
offerti in olocausto
al tempo.
Oppure canne di palude
incise ad arte
perché il vento da noi
tragga suoni
e ci dia voce;
ci dia il canto, la parola,
il nome.
Essere amore
appena fiorito
e già consumato,
stagione da poco nata
e già compiuta.
Divenir semi
portati dal vento
in migrazioni estreme.
Essere appena morti
e già fiorire.

AGOSTO

     

Perdona
la solitudine della quercia
che vive la sua estate
e attorno non ha
che note dimesse
nel canto della cicala,
la crudele lussuria
dei rovi,
i bagliori della pietraia.
Certe ore del giorno
sono una terra estrema,
un approdo oltre il quale
avvertiamo l’ignoto,
un ultimo scoglio
nel mare del tempo…
Perdona
queste ore che tessono
le tele fatue
che altre ore disfanno,
il canto del nostro cuore
dimesso.

SETTEMBRE

     

Ai primi tocchi
delle foglie morenti
seguirà il crescendo
della pioggia.
Poi sarà ottobre,
una ruggine
di terra arata
da cui si leverà il fumo
in spirali
azzurre.
Tu allora
mi ricorderai l’estate:
risentirò gioire,
l’orecchio sul tuo cuore,
le pulsazioni profonde
di una vita
certa,
rivivrò i giorni compiuti,
la bellezza immemore
di nascita e morte.
Presto sarà ottobre:
senti la musica
del vento che trascina
come foglie
le ultime ore d’estate,
lampi di sole,
attimi,
toni che precipitano
verso profondità
dove tutto si consuma.
Così, dopo la pace,
verranno grandi attese,
nebbie,
i semi cullati
nel grembo della terra,
come i sogni
nel cuore.
Non rimarrai che te,
la tua vita certa,
la clessidra del tuo cuore
che un semplice moto
basta a rigirare.
E il tempo riprenderà,
più forte.

NOVEMBRE

     

Il vento al cancello
s’avviluppa e scuote
la rosa immersa
nella brina.
Viviamo
in un grembo ovattato
dove uccelli pigri
consumano il giorno
percorrendo a sciami
pasture ondulate
di cielo
tra marine e rupi.
Lontano, il mare
anima arcobaleni
subito scomposti
in lampi, fiori di luce
tra i nembi.
Poi, una gran quiete
cenerina e stanca.
Viviamo
nel bozzolo del tempo
che novembre corrode
ora per ora;
appena schiuso
lascerà fuggire
palpitanti farfalle
di neve.

ROMA

     

Amarti.
Oggi che il vento
di mare
raggiunge trame di gerani
sospese
e scioglie residui profumi
di rose
sui terrazzi;
oggi,
nell’ultimo ottobre
dell’uva alabastrina,
col fiume calmo
dove tendono
mille rami scapigliati
di platani,
l’acacia che si spoglia
frusciando
nella seta dorata
delle sue foglie.
Amarti,
con lo stesso silenzio,
lo stesso abbandono
che hanno le cose
in questa ultima luce,
senza crucci d’ombre.
Solo guizzi di voli
tra le vecchie pietre
e Angeli furtivi
ai crocicchi
con serti di marmo
polverosi.
Amarti,
in questa Roma
d’ultimo ottobre,
dai cieli irrequieti
di scirocco,
dalle foschie mattutine
che raccolgono,
come una congiura,
residui sciami fuggiaschi,
prima dell’ultimo volo.
Poi,
resteremo qui,
tu ed io
soltanto.

* * *

     

Passando per Ripetta
la mattina
si gusta Roma
a scampoli.
Mille foglie di platano
ammucchiate,
un busto antico,
una fontana
secca,
e panni ciondoloni
alle finestre
variopinti vessilli
esistenziali.
Roma antica
all’incanto:
chi la compra?
Con poca spesa vi portate via
un cornicione autentico
imperiale
o un blasone
dell’epoca barocca
appartenuto a nobiltà
papali.
Altri tempi.
L’autunno oggi è mercante
e rigattiere:
offre, baratta
svende.
È un’occasione.
Passando per Ripetta,
non correte.
Guardate quanta Roma
viene esposta
a prezzi di favore.
Chiesette sconsacrate tutte intere
complete di rosone
e meridiana,
col portale sprangato
da una croce
fatta di quattro tavole
inchiodate.
Da un buco
nel legname consumato
vanno e vengono i gatti
in processione:
sono rimasti gli unici
a pregare
in questa sala d’aste
a cielo aperto.
Roma
è per tutti i gusti.
Approfittate!
S’intona ad ogni stile,
ad ogni moda.
Portate a casa
un pezzo di grondaia:
protegge le nidiate
a primavera
ed il sorriso dell’Immacolata
da un’icona
sospesa al crocevia.
A chi più compra
Roma offre un omaggio:
un po’ di quel segreto
che l’aiuta
a superare i secoli,
le guerre, i barbari,
i partiti
le sventure
e conservarsi intera,
caput mundi,
a dispetto
di tutti gli attentati.
Perciò, se v’interessa
un pezzo raro
o un elisir d’eterna giovinezza
passate per Ripetta la mattina:
l’autunno vende Roma
a chi più l’ama.

NORCHIA
(Necropoli rupestre)

     

Mille volte
ha chiamato,
dal folto del querceto,
l’upupa cieca,
invocando,
tra la pania dei rami,
spazi di cielo,
e il vento pietoso
che sorregga
la sua ala
consunta;
per librarsi
dal mondo polveroso
dei morti
e vagare, fluttuando,
sopra distese di miglio,
sulle pianure di grano,
remote.
Mille volte
mille,
quel richiamo
ha vibrato nell’aria, inascoltato,
tra l’afrore dei rovi
dove guizza
trepido
il ramarro
ad acquattarsi,
imitando
lo smeraldo tenero
dell’erba:
unico pegno
dato dalla terra
per lenire
la smembrata armonia
della pietra
che un tempo
ebbe forme, nomi, storie:
i labili sogni
dell’uomo.

CILENTO

     

Quel greto stanco di sole, laggiù,
tra le querce nodose
e il sambuco:
il Sele arido di giugno,
dove la ruspa immerge
le sue mani fredde.
La febbre d’estate
empie l’aria
con fiocchi alati di stoppia,
con ampie farfalle,
e zanzare, nate a mille,
dai campi.
Io so la pena della pannocchia
cui strappano la scorza,
il sonno amaro della rosa
al pungolo fine dell’ape…
E altre cose
che giugno scioglie nel sangue,
come una malaria.
Giù in fondo al Sele
scavano
fredde
le mani della ruspa
la bocca aperta
ringhia sul granito:
come la serpe, vinta,
quando morde
l’ombra immota del cane.

THARROS

È giusto
che la gloria
diventi sabbia,
e silenzio
tutte le parole,
e navi cariche
di vele
solo fantasmi
lungo i promontori.
Vale e resta
l’amora che scambiamo,
il gesto,
il nostro canto
che riscatta il giorno.

GIARA DI GESTURI

     

Venere e Luna
se ne vanno insieme
per l’ampio cielo;
gli alberi
grondano argento
sulla terra.
Il fuoco del nuraghe
è spento.
Cerchiamo nel buio
le costellazioni,
additando smarriti
ogni stella,
memori del tempo
quando sapevamo
segreti di favole arcane,
i misteri dei sogni.
Ora la Luna va
e Venere la segue:
nella giara assopita
dormono i cavalli.
Hanno vissuto
un giorno pieno
nel sole,
mangiato l’erba acre,
bevuto l’esile acqua
di fonte;
hanno riempito
i grandi, vacui occhi
di cielo,
e le narici assaporato
il sale
portato nel vento
dal mare.
Ora la Terra è desta,
e la Luna scompare.
Venere indugia
ad aspettare il Sole
nel cielo di pervinca.
Un altro giorno è nato,
fatto di scalpitii
nella valle pietrosa,
tra i lentischi, i rovi,
i sughereti;
di nitriti sonori
nell’aria colma
di luce.

PASTORI IN SARDEGNA

     

Montagne s’alternano
a montagne,
e i greggi raccolti
nella poca ombra
tintinnano d’argento,
belano
come in preghiera.
La mora è turgida
sul rovo,
il fico pieno di latte,
camminare è lieve,
dormire sotto le stelle
presso i sughereti
nelle valli lunari.
Andare, senza parlare,
senza sperare;
consumare i giorni
come la fiamma il ceppo,
la sera,
nel chiuso del nuraghe.
E rimane la fede antica
nelle cose create,
fuoco sotto la cenere.

TOPKAPI

     

Sharin,
è il mese di Nissan;
ieri, hai compiuto
venti primavere,
e il Grande Eunuco
ti ha donato
uno zari di seta.
Da cinque
sei rinchiusa
nell’harem del Sultano,
sperando di varcare
la Porta d’Oro,
quella porta che potrebbe
non aprirsi mai.
Hai vent’anni, Sharin,
venti fioriture di rose,
cinque inverni trascorsi
presso l’alto camino
di maiolica azzurra,
cinque calde stagioni
nel giardino remoto,
tra gli arabeschi d’ombra
e i gelsomini spioventi
sulle chiare fontane
d’alabastro.
Cinque lune di Nissan
e la rosa sboccia,
cinque anni d’attesa
e la rosa muore.
Gli artisti di palazzo
tracciano abili
sui muri
lodi all’Onnipotente;
ma chi segnerà
sui marmi porporini
la tua pena segreta,
Sharin,
lo smeraldo puro
del tuo dolore.
Ieri,
un uomo di Venezia,
città di là dal mare,
ha portato candelabri
di vetro colorato
per la sala del trono.
Attraverso le grate del gineceo,
trepidante,
lo hai guardato
con i tuoi occhi scuri d’ossidiana,
e per un attimo
hai sognato che il Sultano
ti cedesse a lui
per la sua merce strana.
Ma l’uomo biondo
è ripartito
senza domandare,
senza neppure sapere
delle tue venti stagioni
sciupate
nel tepore opprimente
del camino,
nell’ombra triste
del giardino remoto.
Con lui,
avresti volentieri lasciato
questo mondo sommesso
di sospiri,
di pianti soffocati
nei lunghi corridoi,
e l’angoscia di vivere
altre primavere
senza essere amata.
E infine, un giorno,
anche il tuo destino
verrà segnato
dall’ignota mano
con la cieca sentenza di un sigillo;
la stessa mano
che non t’ha sfiorata
reciderà lo stelo della rosa,
e non sarai più colta.
Così, tu
appassendo vivrai
in una qualunque delle tante stanze,
di questo bieco Palazzo
che ha nome Paradiso.
Spesso,
quando il tramonto infiamma
l’acqua viola del Bosforo,
vorresti avere
ali di cicogna,
e migrare a ponente
oltre i monti d’Epiro,
verso città e paesi
d’uomini biondi,
e donne senza velo.

INDIA

     

Era destino
chiudere il cielo
nei tuoi occhi,
ritrovarti,
come i diecimila di Senofonte,
fluttuante d’onde,
ritrovarono il mare,
con bagliori di sole,
pleniluni e riposi stellari.
Dopo il silenzio
non era miracolo né
sortilegio
riascoltare le voci
salmodianti
negli ambulacri dei templi,
o la nenia che scandivano
– un pianto senza disperazione –
i necrofori a Benares.
Ovunque il dolore,
e fiori ovunque,
voci,
a ricordare la strada
che va al fiume
e quella che ritorna.
I fiori che ti porgeva
l’uomo privo d’un occhio,
come una fiamma
nel crogiolo delle sue mani.
E le tue
nelle mille mani tese
verso di noi
che salivamo dal fiume,
a non dimenticare
la strada che non va
e non ritorna:
che sta,
nel destino di tutti,
a continuare la vita.
Anche se questo vuol dire
aspettare
che la cenere dispersa
si raccolga,
che rinascano i fiori,
dividere la pena
d’amarsi
– l’amore ricorda, sempre,
le radici da cui nasce
la sua bellezza –
senza miracolo, o sortilegio,
dividere il sale febbrile
delle nostre labbra.
L’estasi era destino,
chiusa nel suono
che rapiva il nostro
musicista accompagnatore
sulla strada per Amber;
destino riscoprire
assieme
la preghiera umana
che nutre la nostra anima,
perché abbiamo pregato sempre,
tu ed io,
col linguaggio delle foglie
nel vento,
con parole d’acqua.
Era destino
chiudere il cielo
nella goccia errabonda
sulla ninfea;
nessun miracolo
o segno che sfuggisse
alla trama dei giorni,
del nostro tempo
diviso.
Destino;
anche se ciò voleva dire
la cenere dei morti
lungo il fiume,
gli uomini rapiti alla terra,
come uccelli
che abbiano smarrito
il senso del nido:
volare,
senza ritorno, o riposo.
Così,
accettando le cose
che ci venivano assegnate,
le parole,
aspettando che il tempo
ricomponga la sua trama.
Sono destino le tue mani,
i tuoi occhi:
tentano il fiume
del mio cuore,
da riva a riva,
salvando i giorni,
le parole, i voli.
Semi che fioriranno,
inviolati.

FIORITURE DI LUCE

     

Fossili,
ginepri,
tracce d’uragani
notturni,
e l’assalto del mare
che torna,
dopo brevi riposi.
Ci sono momenti
d’eternità
che puoi cogliere
improvvisi
nel flusso dei ricordi,
che serbano meraviglie
nel loro frutto
diviso.
Se data, nel tempo,
ogni traccia umana
rimane:
orme,
odori,
il suono delle parole
che, pronunciate,
non si perdono,
ma vivono
chiuse nel flusso mutevole
delle maree.
Fossili,
suoni,
il peregrinare del sangue
in labirinti di conchiglia,
incerta lotta d’acqua
e terra
nella risacca:
vincerà il volo del gabbiano
messaggero d’ultimi chiarori
da ponente,
oppure,
cupa,
dalle soglie del cielo
l’ansia della notte.
Se dato,
ogni pegno umano
resta,
così, di te rimarrà
questa traccia vivente
di parole e gesti;
nel cuore
che, segnato,
serba le tue meraviglie.
Orme, odori,
il suono della tua voce
vivo di riposi e ritorni
improvvisi,
palpiti e soste,
mai stanco,
fedele presenza,
cardine segreto
attorno al quale ruota
il mondo.
Torna, nel respiro
delle maree
il pegno da te accordato
alle ore:
il mio cuore lo segue
come il filo d’Arianna
nel labirinto della notte.
Vincerà la speranza
di un altro giorno
che riporti,
immense nel cielo,
fioriture di luce.

CORDA D’EQUILIBRIO

     

Coraggio,
rischiamo i capricci del vento,
stamattina,
o il precario equilibrio
sullo spasimo teso del filo
tra ombra e luce.
O il dolore di rinnovarsi
da ramo in fiore,
da silenzio in parole.
Stamattina t’invito
ad azzardare passi
che ripercorrono il tempo:
coraggio,
rischiamo il turbine vuoto
del risveglio,
tu ed io, ritrovati,
come sempre,
sconosciuti,
vivendo ii tempo nuovo
che ripropone la strada antica
e le voci,
i semi ed i fiori.
Rischiamo ii sogno di sempre
che porta le mani e la bocca
a fiorire, dalla solitudine,
dal silenzio.
Coraggio:
dì che mi ami ancora,
e tendimi la mano.

VECCHIO BAMBINO

     

Sì, figlio,
è vero:
divento vecchio.
Occhiaie, rughe,
capelli bianchi,
e l’incedere lento
di chi medita troppo
prima di fare.
M’angoscia
l’avarizia del tempo,
la piramide delle cose
incompiute,
delle viltà sopite.
Eppure, sapessi,
la notte sogno il mare,
acri mandorli fioriti,
le fresie a schiera
lungo i fossi,
le rondini di marzo.
E mi piace scrutare il cielo
dove le nuvole compongono castelli
e il disfanno,
e orchi e draghi son tramutati
in fiori.
E’ vero, figlio,
divento vecchio,
il corpo grave, la parola amara,
ma dentro, sapessi,
quanto il cuore è leggero:
una foglia,
in balìa d’ogni sospiro di vento.
Sono un bambino che nasce
ogni giorno di nuovo,
e più il corpo decade
più divento piccino.
Ma tu non giudicare;
la forma non conta,
contano i sogni.
Allora, vieni,
prendimi per mano.
Io sono un vecchio uomo
che diventa bambino.

MIO PADRE

     

Mio padre non voleva
essere eroe:
segava il legno
come San Giuseppe,
dava una culla
a chi veniva al mondo,
letti ed armadi
a chi si maritava,
tavoli, sedie, madie,
cassettoni
e, se uno moriva,
anche la bara.
D’altro non s’occupava,
ma sapeva
cantare
fischiettare
ed afferrare
la vita
così come capitava.
Poi gli dissero
un giorno
che un soldato
valeva
come cento falegnami
e una vita da pecora
tranquilla
non era come un giorno
da leone.
Al posto della pialla
il novantuno,
invece della sega
la granata.
E quando chiese:
me se muoio io
cosa darete ai figli
a ricompensa?
Risposero:
daremo un avvenire
e non ci sembra poco,
per la Patria.
Così dissero
ad altri centomila
falegnami, pastori,
portagerle,
facchini,
sarti, fabbri, montanari.
Gli diedero lo schioppo
e un ideale
da usare come rancio
e come stufa.
Fecero la sfilata
per le vie
e gli piovvero addosso
fiori e baci.
Poi l’Armata imboccò
la prateria,
con le scarpe di pezza
in mezzo al grano.
A milioni
crescevano le spighe:
a coprire la terra
e verso il cielo.
Non era quello il tempo
di falciare,
né di trebbiare,
né di far covoni.
Katjusce, bombe, obici,
mortai,
mietevano quei corpi a mille a mille
facendone cataste
senza nomi.
Cadevano assieme
avviluppati
morti di carne
e spighe alte di grano.
E la terra dolente
buona madre,
li copriva pietosa,
a dargli quiete,
li prendeva nel grembo,
a dargli sonno.
Gli anni sono passati
e il grano cresce,
ma tra una spiga e l’altra
che matura
un papavero gemma
e un altro ancora:
a contarli
saranno centomila.
E i nomi? Se chiedete a questa Terra
vi dirà di tacere:
sono figli
e i figli per la Madre
sono uguali.
Mio padre non voleva
essere eroe:
pure è servito
a fecondare il grano
per i figli
dell’uomo che l’uccise.
Inutile cercare dove cadde,
inutile scoprire dove dorme.
Riposa assieme agli altri
centomila:
li potete vedere
a primavera
papaveri vermigli
in mezzo al grano.

OUVERTURE

     

Da qualche parte,
nascosto,
un piano suonò Chopin:
due cervi corsero
come lampi
tra gli alberi fitti
e le foglie,
disparvero.
La musica ci guidò
lungo il terreno dei tiri,
sul piccolo ponte
oltre il fiume,
tra gli alberi
e le foglie ammucchiate.
Il cielo fresco oltre i rami,
la terra oltre le foglie
ferveva di more e lombrichi,
piena di giorni invernali
non vissuti…
Dove finiva la terra
il fiume si scioglieva
con ricordi di neve.
La musica ci guidava,
triste,
felice di essere triste,
tra gli alberi folti,
e le foglie,
nel regno di quell’estate
ancora piena:
di ciliegi rampicanti,
di margherite a girasole
ritte a misurare,
lungo le staccionate,
quel regno di luce
fino all’orizzonte.
Senza mai fermarsi,
quel piano suonò Chopin,
soffrendo di solitudine
aperta,
sperando di voci e di passi…
L’estate si univa alle brughiere
senza pudore di nebbie:
azzurro e verde,
fiori smaniosi d’aria
lungo le staccionate;
la terra che cercavamo
ardente di vita.
Da qualche parte nascosto,
quel piano cantava
segreti di stagioni,
con acqua, nuvole
e luce…
Suonò tutto quel pomeriggio.
A volte ancora lo sentiamo
sciogliere temi di sole
nel cuore,
sempre vivo, mai stanco;
più forte di rami e di foglie
che infittiscono attorno
col tempo,
e fanno più lungo l’inverno,
i nostri giorni più brevi,
e la vita…

UN TRATTO DI MATITA

     

A volte,
sembri tratto
debole di matita,
senza nome,
come la linea
del destino:
l’anima è come
un alito sul vetro,
e diverso è il tuo volto,
nel riflettere patito
dei pensieti.
Potresti
tracciare più fondo
quel solco,
o accennarlo,
dare vita e parole,
nomi a te stesso: basta
un tratto di matita,
un soffio d’anima
e vivi.
Basta cambiare
i nomi,
aspettare:
quel tratto ti precede,
ti contorna,
ti definisce.
L’eco ritorna
sovente
uguale,
dolore passato
che si rinnova
voce che ti
somiglia.

LA CASA DEL PADRE

     

La casa del padre
non ha porte:
puoi entrare quando vuoi.
Troverai sempre
acqua nella giara,
fuoco nel camino,
il pane fresco
e il sale,
un angolo quieto
dove riposare,
dimenticare l’inverno
che ti ha fustigato
con grandine e pioggia.
La casa del padre
ha molte stanze
e una è per te,
sempre pronta,
sempre pulita.
Potrai venire
nell’ora più buia,
nella stagione più avversa
allegro a triste
vestito o nudo.
Potrai dire chi sei
o tacere,
avere senza pregare,
andare senza pagare.
Potrai non chiedere
di lui,
e partire senza salutare.
Il padre starà li
a spiare
il cuore nella mano;
ti darà anche quello
se lo chiedi.
Perché tutto quello che ha
è tuo.

ESORTAZIONE

     

Ama. Finché maggio avrà sorrisi,
rondini in cielo,
e rose ai balconi;
finché avrai l’età di sognare,
e fiori nei capelli.
Questo è, figlia, il tempo,
non aspettare.
Ama, finché i tuoi occhi hanno luce
e hai mani per toccare;
non indugiare,
finché hai il cuore leggero
e ali per volare.
Questo, figlia, è il tempo.
Breve come un sospiro,
primavera acerba e caduca.
Ama, ora, finché sei in tempo,
ora che hai un nome, un volto,
una voce.
Ama subito, senza esitare,
tutto e tutti,
senza aspettare.
Domani, potrebbe essere l’inverno,
il labirinto della solitudine,
la guerra, l’odio, la morte,
e più del deserto
l’indifferenza.
Ama, ora, finché maggio ha sorrisi,
rondini in cielo,
rose ai balconi.

ALLA MOGLIE
(Lamento di un vedovo)

     

Fino a ieri,
la nostra via era chiara
e diritta,
piena di sole;
noi camminavamo vicini,
mano nella mano.
Io indovinavo i tuoi pensieri,
contavo i tuoi respiri,
i nostri passi, all’unisono,
come il nostro cuore.
Oggi,
mi trovo in un mondo di buio,
perduto in un labirinto.
Tu mi hai tradito,
portandoti via i respiri, i passi,
i palpiti, la voce.
Solo,
e la mia strada ignota
si snoda
lungo giorni futuri
senza luce.
Oggi soltanto capisco
quali poteri avevi
tu che dipanavi
nella mia vita confusa
ii tuo filo,
e mi aspettavi se tardavo,
mi chiamavi se mi smarrivo,
m’indicavi, come nelle fiabe,
il lume lontano
al termine del buio
e della notte.
Ora so quanto bastavi
a consolarmi
tu che reggevi i miei castelli di sabbia
e cantavi nenie
per le mie paure,
tessevi la tela
e la scioglievi
per essermi fedele.
Ora so quanto ci amavamo:
oggi che tutto si disfa,
viene meno,
si spegne.
Oggi, tu mi hai tradito per la prima volta,
per l’ultima volta.

SOLTANTO IL CUORE

     

Soltanto il cuore
ci potrà salvare
costruendo per noi
arche leggere
per navigare
i mari dell’inverno.
O costruirà per noi
ali di piuma
per farci trasmigrare
da stagioni di brume
verso pascoli verdi.
Sarà brace ardente
dentro di noi
se fuori è gelo,
acqua pura di fonte
nel deserto riarso,
ci darà occhi nel buio,
parole nel silenzio.
Soltanto il cuore
ci terrà legati
quando turbine e vento
squasseranno il mondo
cancellando la vita;
soltanto lui potrà farla tornare,
seme dentro di noi.
Sulle aride bocche
degli uomini superbi
soltanto il cuore
potrà far sbocciare
l’umiltà di un sorriso.