L’arpa eolia

L’arpa eolia

Ed. L’Archetipo, Roma – 1989

PRIMAVERA

Presenza
Ansia mai piena
Come un richiamo
Alla fonte dei giorni
Forza d’ariete
Parole mai spente
L’arca
Favole innocenti
Ave Maria
Implorazione
Bianco e nero

ESTATE

Universi solari
Campagna a Reading
Giorni divisi
Pace d’approdi
Domanda
Altri volti, altri sorrisi
Consumati amori
Così ti ritrovo

AUTUNNO

I tuoi prodigi
Come in agonia
Sogni leggeri
Andavano fanciulle
Dolce, alta
Chiuse parole
Prisma vivo
Ad occhi chiusi
Acque

INVERNO

Seme d’inverno
Sconosciuti passanti
Fuori porta
Valico ardito
Basterebbe tentare
Un grande peso
Dopo il diluvio
Carnevale
Risveglio

PRESENZA

     

Sei entrato in me
da giorni di pioggia,
quando battono
ali sui vetri
e nuvole di foschia
premono ai tetti
in ansie aperte
di primavera.
Attraverso
l’esiguo spiraglio
che il seme cerca
e ritrova
soffrendo,
così
hai varcato i confini
del cuore,
irrompendomi dentro
con la Tua vita
sonora.
Quando la primavera
non ancora piena
offre al sole
crisalidi opache,
occhi larvati
di sonno,
corpi ravvolti
in glutini amari,
Tu hai forzato
la gelosia dei tendini,
i vortici cupi
del sangue.
Quando voci
nel risveglio
battono alle tempie
come a salvarmi
da naufragi di sogni,
allora
sei entrato in me
per restare.

ALLA FONTE DEI GIORNI

     

Di nuovo
l’erba vince la pietra
e nella prima aria
rondini
e fiocchi bianchi
alla deriva
sul filo del ponente.
Anche tu,
con l’ansia del cuore
che premeva
anelando alla luce,
sei fiorita col biancospino
e le rose,
voce pura,
segno della vita
che muta il dolore
in fioriture aperte.
Di nuovo
oltre i cancelli,
attorno alle fontane,
cresce l’edera verde,
viva come non mai,
e il glicine odoroso
lungo i tralci
tenta vuoti d’azzurro.
Rondini a sciami
raccoglie il cielo chiaro,
su anfiteatri d’acacie
di nuovo la vita,
più forte,
che pulsa uguale
al tuo cuore.
Tu,
come l’alto grido
che scioglie
allo zenith supremo
la luce,
hai svegliato il tuo sangue
alla fonte dei giorni.
Ora scorre,
come nuova linfa,
sereno.

AVE MARIA

     

Fiori leggeri
come preghiere
portati
da mani devote:
garofani e rose.
Fèrmati
e lascia il tuo cuore
sostare
nell’ora dell’ultima luce,
prima che i colori
lascino la terra
come palpitanti farfalle.
Presto verranno
ombre e silenzio.
Lascia il tuo cuore
giacere
nelle mani di giglio
benedicenti:
amore che muta
in carne
la pietra.

UNIVERSI SOLARI

Ridesto da sonno
che mi fu caro di volti
di vergini danzanti
tra colonne di marmo
a godere di nuova gioia
su terrazze sospese
o di nude case saracene
a cui pendono lanterne
di maiolica e di rame,
pensieri nuovi
come usciti da roccia
nervosi
frantumano
nel silenzio
con rovine di luci
in crepacci
rombanti
di tuoni.
Cupi vuoti desolati
di cielo
mi piangono negli occhi:
in me
universi solari
costellazioni eterne
muoiono senza nome.
Sabbia uguale mi cola
dal cuore
nera
a contare la vita,
ore suonano gelide
da sistri egizi,
da corde d’argento
tese
dalla terra alle stelle.
Solo
ridesto
stringendomi alla terra
sono giunco cresciuto
in riva d’acque
d’assonnate risacche
espresso in sillabe
di muta donazione.

I TUOI PRODIGI

     

Ti cercano
le grandi mani dei platani,
protese:
vogliono l’oro
dei tuoi capelli
per fonderlo
coi bagliori del sole,
rappreso ai rami
più alti.
Vengono schiere d’angeli
nel vento:
vogliono i tuoi occhi
per unirli
all’azzurro calmo del cielo.
Trarrà luce l’autunno
dalla tua dolcezza.
Nel regno di muschio
e di nebbie
verranno i ricordi
lievi come sogni
a portarci l’estate.
Così,
l’autunno vivrà di te,
della tua voce
che opera prodigi,
segreto dell’anima
che svela altri segreti.
Saprai creare
volendo
ogni stagione,
e il tempo che vorrai,
l’amore.
Perché in te vive sopita
ogni radice
o seme,
ogni parola.
Per questo,
a riscattare l’autunno,
ti cercano angeli
e rami.

COME IN AGONIA

     

Il tempo
consacra l’amore
in pietre scolpite
di parole.
Altro amore ritrovo
in trasparenze di cielo,
nei fiori che portano
esangui
ricordi d’estate
sulle labbra.
Non so
come potrò ancora
amarti
se il tuo ricordo
è vivo nella carne
e la mia solitudine
non si rassegna
a ritenerti morta
consumata
ignota.
Se questo mio amore
lento a seguirti
come in agonia
ti perde
ti cerca
ti odia
forse
per questo tuo
vivermi dentro
come un sangue
non mio.

ANDAVANO FANCIULLE

     

Dove rimani,
estate,
l’acque correnti
ai vividi confini
del mare
e cieli aperti
ad orbite infinite
di stelle.
Viveva
quella pace inviolata
di penombre
ove sopiva il tempo
a conversare
col cielo profondo
dei pozzi.
Andavano fanciulle
con anfore d’argilla
lungo il viale
dei fichi d’India,
nudi i piedi
e le mani d’ambra,
gli occhi tondi
d’oliva matura.
Salivo, allora,
dal mare.
Destava il ponente
numi superbi di spuma:
mille nomi,
mille onde
e gli anni,
come le ore,
erano grani di sabbia
nella tua mano.
Ma tu
oggi mi chiami
con la tua voce
tepida d’affanno
e il tempo
ha pena d’acqua
a risalire.
Divisi ci ritrova
questo autunno:
alberi invano tesi
ad altra riva.

BASTEREBBE TENTARE

     

Non odo uccelli
né vedo frutti maturi:
soltanto pioggia
da nuvole pesanti
sull’erba che appena affiora
dalla terra
qui
nel giardino
dove un tempo sedevi
regina
facendo della vita
un miracolo.
Non più risa
dietro la siepe folta
d’oleandro,
né sorriso sui volti
invecchiati,
ma pena
nell’urto cupo del sangue
nel mio cuore
e un battere all’unisono
col tuo nome.
Una pena
né forte
né spenta,
che ormai esiste per me,
con me vive,
carne e pensiero.
Qui
un tempo
fioriva l’amore
nato dalla gioia,
destinato al dolore,
nell’arco esteso
da vita a morte.
Più nulla resta
né tempo
a rifare la strada,
né coraggio,
basterebbe il coraggio
a riscattare l’orgoglio,
basterebbe tentare…
Ma ognuno di noi
si rinserra
nel suo fortilizio:
dignità,
princìpi,
onore.
Restiamo
al riparo dell’uscio,
l’orecchio teso
ai passi nella strada.
Ma è solo il vento
a bussare,
con le sue nocche disumane,
ignare.
Il suono ci scuote,
ci sveste,
ci scava,
fino a scoprire il cuore.
Verranno
le brezze d’aprile
portando semi,
ma adesso
è inverno
e restiamo
nel giardino dimenticato,
sperando.

RISVEGLIO

Il mattino
ridono ai sogni
ombre scure
di ville e palazzi,
rami d’albero
tesi
senza fioritura.
Si veste di luce
al risveglio
la solitudine,
alitando sui vetri
i suoi mille
gelosi segreti.
Basta aprire la finestra
sulla strada:
una goccia di rugiada
che trema,
un’umida mano
tra le foglie,
e il cielo
padrone del tempo
scioglie,
impaziente,
i cavalli del sole.