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TERRONE
D.O.C. Ricercando
le nobilissime radici della civiltà meridionale Edizioni
Beta, Roma – 1989
Premessa
Lo sbarco
Coppole e cappelli
Il caffè
Chi ha avuto ha avuto
Il lavoro
Antiche follie
Invito a corte
La medicina
La cultura
La religione
Gil animali
L’avventura
L’amore
Fiori d’arancio
Il business
La tecnologia
Vizi e sfizi
La politica
La morte
Conclusione e auspicio |
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PREMESSA
- Il sogno inconfessato degli
svizzeri è che un bel mattino, svegliandosi, si accorgano
che un tremendo cataclisma ha fatto sprofondare tutta la
penisola italiana e che ormai città lacuali come Lugano e
Ginevra, invece di affacciarsi sulle acque degli omonimi
laghi, si affacciano sulle rive del Mediterraneo.
- Stesso sogno segreto nutrono
lombardi, veneti e piemontesi, solo che la linea di
demarcazione della catastrofe si arresta lungo il Po, per
cui Mantova, Verona, Milano, Cremona, Alessandria, Torino e
Novara sono diventate città marinare invece di essere
immerse nelle brume della Valle Padana. Naturalmente, se
glielo chiedete, vi diranno che è una calunnia o una
malignità gratuita, ma io credo che sia la verità
sacrosanta. Spostandoci più a sud troviamo i toscani.
Questo popolo eclettico ha coniato un detto “l’Italia
finisce all’Ombrone”. I toscani, però, a differenza di
lombardi, veneti e piemontesi, non fanno mistero della loro
albagia e affermano senza ombra di dubbio che il genio in
tutti i campi è appannaggio loro, e che tutti gli altri
popoli, nordici compresi, non sono che barbari orecchianti.
Del resto anche tra loro, tra toscani, praticano un razzismo
di campanile che rasenta l’odio.
- Tutti questi popoli a nord del
fiume Ombrone, per dirla coi toscani, vengono definiti
polentoni, in quanto si presume mangino polenta, ma in senso
lato il termine indica un tipo di persona attiva e bonaria,
positiva e ottimista, svelta di gesti e di acume, affidabile
e funzionale. Ad essi vengono contrapposti in maniera
speculare i terroni, tutti quei popoli che vivono, o
sopravvivono, a sud del fiume in oggetto. La parola stessa
indica la loro natura: sono bassi, proni verso la terra
nella quale vivono immersi, quasi radicati. Sono in genere
ottusi o furbi, ma mai intelligenti, tortuosi nel pensare e
nell’esprimersi, impacciati e grezzi. In alcuni casi sono
anche un po’ ladri, infidi ed effimeri. In loro è latente
la contaminazione araba e levantina, mentre nei polentoni la
consanguineità coi popoli sassoni e teutonici genera
appunto quelle virtù mentali e morali che ne fanno una
razza eletta.
- È diversa quindi anche la
civiltà delle due etnie. Quella dei terroni non è in
realtà una civiltà, piuttosto un folklore, e se qualche
volta un terrone si è reso protagonista di qualche impresa,
si è trattato quasi sempre di un plagiatore di gesta già
compiute in precedenza da un polentone o da questi ispirate.
Tale concetto viene applicato massicciamente dai popoli
nordici nei confronti di quelli meridionali. Ecco quindi che
Cristoforo Colombo non è stato il primo ad andare in
America: prima di lui c’erano andati i Vichinghi, oppure
un gruppo di monaci irlandesi guidati dal Santo Brendano. Il
telefono non lo ha inventato Meucci ma Bell, la radio non
Marco, ma Hertz. E via di questo passo. Ci sono popoli, in
particolare quello tedesco, i quali non hanno altro scopo
nella vita se non quello di provare che i latini non hanno
meriti nello sviluppo della civiltà occidentale e che tutto
quanto vi è di meritorio è in qualche modo collegato alla
loro presenza. Non sono ancora arrivati a supporre che
Cesare fosse nato a Francoforte e che Socrate avesse
studiato a Basilea, ma col tempo ci riusciranno.
- Quanto ai polentoni italiani, nel
secolo e passa che è durata questa pseudo unità nazionale,
sono riusciti a privilegiare a tal punto la loro civiltà
rispetto a quella dei terroni, che questi sono ormai
considerati dei veri paria e parassiti, che vivono a
rimorchio del loro costume e della loro civiltà.
- Ed a questo punto occorre fare un
distinguo su quello che si intende per civiltà. Se per
civiltà intendiamo avere il frigo e le autostrade, l’aereo
e il computer, ebbene, allora la civiltà è senza dubbio
appannaggio dei polentoni. Ma se per civiltà vogliamo
intendere una qualità della vita, la serenità dei rapporti
umani, l’allegria del vivere e l’armonia dei gesti e
delle parole, allora occorre affermare che la civiltà non
è quella che viviamo adesso in un mondo polentonizzato,
bensì quella che si viveva in altri tempi, quando il nostro
esistere era ruspante ma vero, improvvisato ma genuino.
- Questo tentativo di annullare i
costumi dei terroni da parte dei polentoni è presente nella
storia mondiale da sempre. I colonizzatori, di qualunque
razza o specie fossero, avevano un solo scopo: provare che
la loro civiltà era superiore a quella dei colonizzati e
tentare con tutti i mezzi di imporla come la unica e vera,
la sola possibile. Ci hanno provato gli inglesi in India, i
belgi in Congo, i francesi un po’ dappertutto, e i
piemontesi ci hanno provato in Italia. Nel giro di un
secolo, hanno stabilito che i santi polentoni erano veri e
quelli terroni un po’ meno, anzi spesso erano millantati;
gli esploratori erano solo veneti o genovesi, i medici e gli
inventori che contavano solo del nord, gli eroi pure quelli,
per non parlare dei padri della patria. E così ci troviamo
oggi ad avere un pantheon nazionale dove i grandi uomini che
contano sono al 90% polentoni mentre il rimanente 10% va
guardato con sospetto.
- Ma le responsabilità di questo
genocidio non vanno attribuite soltanto ai polentoni, molte,
e forse le più gravi, sono a carico proprio dei terroni.
Loro è infatti la colpa di non aver capito che erano
portatori di una civiltà altrettanto valida quanto quella
lombarda o svizzera o tedesca o inglese. Non si sono opposti
ai tentativi di colonizzazione e col tempo hanno abdicato
del tutto al loro costume e alle loro virtù sociali ed
umane. E poiché, se le cose vanno avanti così, verrà
cancellato anche il ricordo di quella civiltà, è bene che
fissiamo sulla carta, e non solo nell’esercizio orale
favolistico, i termini di quei valori. Che erano solo
diversi, ma non inferiori. Una civiltà terrona è esistita,
era vitale e forte. Queste sono le prove. Servono ai nostri
figli che non sanno chi siamo, ai nostri compatrioti che non
ci capiscono, agli stranieri che ci vedono solo nello
stereotipo immortalato dai film di mafia.
- Prima di iniziare questo lavoro di
testimonianza della civiltà terrona, occorre fare mente
locale sulla geografia dove essa si è sviluppata. In senso
generale, sono terroni tutti quei popoli e razze che in un
modo o nell’altro, in aree terrestri anche molto distanti
tra loro e in condizioni ambientali spesso opposte,
subiscono lo stesso destino dei meridionali in Italia. Ci
riferiamo agli scozzesi, agli irlandesi, ai bavaresi, e alle
altre etnie del mondo le quali, benché dislocate in una
latitudine settentrionale, patiscono le stesse
discriminazioni di razza inferiore e disorganizzata. Occorre
anche dire che negli ultimi decenni il petrolio ha portato
ricchezza a popoli che prima erano poveri e diseredati (vedi
Golfo Persico, Venezuela, Libia, Algeria, Nigeria ecc.),
facendoli passare in maniera traumatica dallo stato di
terroni a quello di polentoni extra. In Italia si sta
verificando lo stesso per i siciliani e per i sardi.
Petrolio, traffici e turismo chic hanno trasferito queste
regioni dalla condizione terrona a quella polentona, non si
sa ancora con quali conseguenze. Escludendo quindi le
regioni a nord dell’Ombrone e quelle baciate dalla
fortuna, ne restano di veramente terrone solo una manciata.
Ma anche tra gli individui di queste regioni sfortunate,
terremotate e ricattate, c’è una ulteriore divisione da
fare. Per motivi umani e cromosomici, anche nelle zone
tipicamente terrone esistono dei microclimi sociali dove
vivono polentoni e terroni locali. Sono i vasi di ferro e i
vasi di coccio di memoria manzoniana. I fatti che andiamo a
narrare si riferiscono alla categoria dei terroni super,
extra, i terroni dei terroni, che noi, in ossequio alla
classificazione merceologica dei vini oggi tanto adottata,
chiameremo: terroni D.O.C.
IL CAFFÈ
- Insieme alla saponetta arrivò il
caffè liofilizzato. Bastava scaldare un po’ d’acqua sul
fuoco, versarci dentro uno o due cucchiaini della polvere
marrone che usciva dalle scatolette sotto vuoto e il caffè
era fatto. Oddio, un caffè per modo di dire. L’entusiasmo
per quella novità durò poco. Perché se c’è una cosa
alla quale i terroni non abdicheranno mai, almeno si spera,
quella è il caffè tostato, macinato e fatto a modo loro.
Vero è che nella colonizzazione polentona del sud anche il
caffè ha subìto una certa violenza, una accelerazione
nelle fasi di confezione che ne ha snaturato il rito.
- Nel valutare le differenze tra la
vita terrona di allora e quella consumistico-polentona di
oggi, la ritualità gioca un ruolo importante. Quando
mostrano alla TV o nelle pellicole cinematografiche scene di
vita orientale, giapponese in particolare, restiamo
affascinati dal rituale della cerimonia del tè. Si vedono
donne in kimono di seta e pettinoni tra i capelli neri lisci
come setole, preparare con bricchetti e tazzine la magica
bevanda che poi viene servita con gesti lenti e collaudati a
gentiluomini accovacciati sul pavimento. Benché in realtà
si tratti soltanto di foglioline di una pianticella
comunissima immerse in acqua calda e lì fatte infondere per
qualche minuto, la cerimonia assume un carattere quasi
iniziatico per la cornice particolare in cui viene eseguita,
per i costumi appariscenti, la ieraticità e sacralità di
gesti altrimenti banali. E anche quando alla fine uomini e
donne bevono quel tè, sembra che alle labbra accostino la
coppa di Ganimede, colma di nettare e ambrosia. Questione di
coreografia. Che dire, allora, del rituale del caffè come
veniva compiuto nelle case terrone fino a qualche anno fa?
Peccato che il procedimento non sia stato mai filmato o
riportato nella interezza delle sue fasi. Essendo un costume
del sud, non meritava gli onori della letteratura o della
cinepresa. Vero è che in qualche film o pièce teatrale si
è fatto cenno alla preparazione del caffè nella sua fase
terminale, quando dalla caffettiera veniva travasato nella
tazzina per la degustazione. Ma il rituale del caffè per
come lo ricordo io era un’altra cosa.
- L’operazione vera e propria
partiva da lontano, nella bottega del droghiere, che poi non
era solo droghiere, ma vendeva anche i botti per le feste,
il verderame per l’agricoltura, e infine, tra altre
derrate alimentari, anche il caffè. Solo donne abili
potevano avvicinarsi al materiale grezzo, vale a dire ai
chicchi non tostati, e sceglierli. Mancava poco che usassero
la lente da esperto di diamanti. Ma l’esame dei chicchi
era condotto con la stessa meticolosità e sospetto. Veniva
vagliata la forma, che doveva essere ovale allungata e mai
tonda. Il solco centrale doveva essere profondo e netto e la
superficie del chicco non doveva presentare bozzi né
fessure. E infine la fragranza che doveva essere acre,
sottile e non in sospetto di muffa o di stantìo. Un buon
chicco doveva alloggiare in barattoli di vetro, in luogo
aerato e fresco, e servito con apposita palettina concava in
carta oleata. A quei tempi il sistema di paraffinare i
chicchi non esisteva ancora, anche perché la tostatura
avveniva in ambiente domestico. Ci si teneva allora a che il
cibo non venisse manipolato da mani estranee, se possibile.
Si evitava così che il formaggio venisse prodotto con
manici di ombrello, il salame con unghie di asino e roba del
genere. Le uniche frodi erano l’allungamento del vino con
acqua e la cottura del pane più breve del richiesto. Tanto
che nelle nenie di Capodanno ai fornai che cuocevano poco il
pane venivano augurate pene corporali esemplari. Chissà
perché solo ai fornai. Non bisogna credere che i poveri, in
quanto tali, non siano inclini alla ricercatezza. Il ricco
si dimostrerà difficile nello scegliere il caviale e lo
champagne, ma egualmente il terrone diseredato si
dimostrerà esigente nella scelta delle acciughe da friggere
oppure, come si diceva, nella selezione dei chicchi di
caffè dal droghiere.
- Allora, il caffè veniva scelto,
pesato, incartato. I chicchi che schizzavano via dal
piattino della bilancia o dall’involucro di carta oleata
mentre il commesso l’arrotolava, erano preda dei bambini.
Li succhiavano come caramelle, per cui l’abitudine alla
droga caffè iniziava in tenerissima età. Arrivata a casa,
la donna, madre, moglie o sorella che fosse (il rito doveva
essere officiato da personaggi femminili) metteva mano all’opera.
Ecco quindi tirar fuori dalla credenza, o dalle panoplie di
pentole ai muri della cucina, gli attrezzi necessari. La
prima fase consisteva nella tostatura. Esistevano dei
marchingegni per l’uopo. Uno era il cilindro a manovella:
un lungo tubo di ferro nero poggiato sopra un cavalletto per
mezzo di due perni rotanti alle estremità. Sulla fiancata
del cilindro, che somigliava vagamente alle betoniere
girevoli che vediamo nei cantieri edili oggi, era ricavata
una finestrella che si apriva e si chiudeva con un
chiavistello ad aggancio. A una delle estremità era
sistemata la manovella di ferro col manico di legno chiaro.
L’aggeggio veniva posto a cavalcioni della fornace, dove
in precedenza si erano fatti ardere i carboni e dove ora
covava solo brace viva Guai a porre il cilindro sulla
fiamma: si correva il rischio di mandare tutto in fumo, come
si dice. Appena il cilindro a contatto con la brace si era
scaldato, dalla finestrella si faceva passare il caffè, a
cucchiaiate lente e graduali. Nessun gesto doveva avere
carattere di esagitazione o approssimazione. Una sincronia
perfetta da lancio spaziale ispirava tutta la complessa
operazione. Richiusa la finestra, il cilindro veniva fatto
ruotare. E qui non è facile descrivere il modo come la
manovella doveva essere azionata. Delicatamente e
costantemente, senza pause né accelerazioni. Mai quindi
essere preda di emozioni, ansie o urgenze gastroenteriche.
Se è vero che una buona insalata deve essere mischiata da
un pazzo o da un’innamorata, è pur certo che per ottenere
la giusta tostatura del caffè di una volta tutte le
passioni e i pensieri dovevano essere accantonati. Il caffè
veniva prima di tutto, come il fuoco di Vesta. Lenta,
solenne, cadenzata ruotava la manovella e con essa il
cilindro, all’interno del quale i chicchi, da materia
vegetale informe e senza anima, diventavano piano piano
ingredienti per un elisir divino. Esisteva una tonalità
ottimale per indicare la giusta tosatura: color tonaca di
frate, intendendosi per frati solo quelli dell’ordine
francescano dei Cappuccini e non, per carità, dei
Domenicani, che avrebbe invece segnalato una tostatura
errata per eccesso.
- A quel punto, i chicchi venivano
estratti dal cilindro e messi sopra una tavola di marmo,
maiolica o legno perché si raffreddassero. Durante questa
fase, con un cucchiaio di legno o una spatola sempre di
legno, i chicchi venivano rimossi, rivoltati con delicatezza
in circolo, prima in senso orario e poi all’inverso.
Finché il loro grado di calore non scendeva a zero. Si
passava allora alla fase numero due, che consisteva nella
macinazione. Oggi purtroppo la tostatura del caffè subisce
un trattamento supplementare che consiste nella
paraffinatura dei chicchi. Vale a dire che li si imbelletta
per farli apparire più pimpanti. Questa è l’epoca dell’apparenza
e non della sostanza, per cui conta più il brilluccicare
dei chicchi che la loro colorazione. La tonaca di frate è
diventata proprio tonaca di frate domenicano, con tutte le
implicazioni che il richiamo a quest’ordine religioso
contiene, confrontato alla semplicità dell’altro, quello
dei Cappuccini.
- Ma stavamo parlando della
macinazione del caffè. C’erano tanti tipi di macinini:
alcuni erano semplici, altri monumentali, altri complicati
ed eccentrici. Tutti però dovevano svolgere la loro
funzione in modo impeccabile. I chicchi dovevano uscire dal
cassettino in basso ben polverizzati, né poco né troppo.
La mano doveva saggiare la farina scura che cadeva dalla
macina a spirale, e nel caso rimetterla in ciclo finché non
raggiungeva l’optimum. La mistura ottenuta veniva lasciata
riposare in un barattolo di vetro, o, mancando il vetro, che
fu un’acquisizione di anni più tardi, in cassettine di
legno o ceramica. Il resto sul caffè tutti lo conoscono dai
luoghi comuni della tradizione terrona: caffettiera a due
livelli, ribaltamento dopo la bollitura, cappuccetto di
carta per non lasciar sfuggire l’aroma. Fino alla
degustazione, che era l’atto sublime, l’apoteosi. Ogni
donna aveva poi le variazioni sul tema nelle varie fasi,
dalla tostatura alla cottura. Ma erano per lo più trucchi e
segreti che mai avrebbero svelato. Mia zia, ad esempio,
metteva una buccia di limone nello zucchero in fondo alla
tazzina perché macerasse. Quando la bevanda bollente veniva
versata, scioglieva aromi preziosi dalla mistura,
arricchendone il gusto e personalizzandolo. C’era chi
metteva il pepe, chi la cannella, o altre trovate del
genere. E quando si formava il circolo degli adepti alla
sacra bevanda per la degustazione, devo ammettere che non c’era
e non ci sarà mai cerimonia del tè che tenga. Nei riti
orientali manca quel pizzico di allegria e di stravaganza
che non guasta nelle azioni umane, ridimensionandole fino
alla misura che loro compete, e che di sacro hanno solo la
bontà degli ingredienti e l’amicizia dei partecipanti
alla cerimonia.
- Oggi il caffè non è più un
rito. Lo beviamo in bar affollati, estratto da macchine che
richiedono il minimo intervento umano, ed è, per il nostro
umore, un pugno più che una carezza. Lo vogliamo lungo,
corto, ristretto, corretto, decaffeinato, col latte. Serve
per tenerci su, non per rallegrarci. A casa c’è la moka e
le miscele sottovuoto che sono di volta in volta oro, rosse,
di montagna, di collina, di pianura. Ognuno lo beve da solo,
a modo suo. Non è più la bevanda di una volta, perché
anche noi non siamo più gli stessi. Probabilmente siamo
tutti intossicati da questi caffè strani, tostati in
stabilimenti anonimi, senza amore e di corsa, come di corsa
è tutta la nostra vita. E sono intossicati i nostri
rapporti, che si svolgono all’insegna della nevrastenia,
non da caffè, ma da mancanza di ritualità e sacralità dei
gesti, delle parole e dei sentimenti.
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