- La mattina di maggio era fresca.
Il nonno e la sua nipotina abbordarono con lena la salita.
- “Attenta, lì c’è l’ortica!”.
- La mano del vecchio era scabra e
forte. Idarella vi si aggrappava, usandola, nei tratti più
aspri del viottolo, come una liana per sorvolare una buca,
altrove per issarsi oltre le improvvise impennate dei
gradoni.
- “Sei stanca?” le chiedeva
spesso nonno Tommaso, e lei si affrettava a scuotere la
testolina boccoluta per esprimere il suo deciso ‘no’.
- “Ti piace, allora, camminare!”
si rallegrava lui.
- Percorrevano il sentiero rurale
verso il fondo del cugino Alfonso, a Poggio Torello. Un
podere abbarbicato, coi suoi terrazzamenti, alle pendici
più alte del monte. L’erta fiaccava le gambe, e il cuore
della bambina spesso si sfrenava in un concitato galoppo.
Lucertole, le prime, guizzavano tra l’erba saponaria
infilandosi tremebonde nelle crepe della roccia, nei vuoti
tra una pietra e l’altra delle macere che sorreggevano i
giardini di limoni e le vigne.
- “Se vuoi andare col nonno –
aveva detto la sera prima nonna Concetta alla piccola –
non ti devi lamentare, e soprattutto lo devi tenere allegro.
Ha troppi pensieri”.
- Tommaso aveva fatto il pastaio nei
mulini del paese per tutta la vita, e forse avrebbe
continuato ne! suo mestiere fino all’estrema vecchiaia se
non fosse arrivata la guerra. Dopo Caporetto, avevano
chiamato al fronte i giovanissimi, e tra questi anche
Carminiello, l’ultimo figlio, nato quando ormai dal loro
matrimonio non aspettavano altri frutti. Un miracolo, e come
tale lo avevano trattato, quasi venerandolo, alla stregua di
un dono straordinario.
- La guerra, la morte ingiusta, l’incapacità
dì colmare quel vuoto: erano questi i pensieri di nonno
Tommaso, da due anni ormai, tanto ossessivi da operare una
specie di materializzazione del defunto nella sua mente
ferita. Per cui Carminiello riviveva fisicamente, carne ed
ossa, nel mondo immaginifico del padre. E questi
intratteneva veri e propri dialoghi con lo scomparso, cui
attribuiva capacità di replica e di interlocuzione. Quando
ciò avveniva, il realismo di quella evocazione giungeva al
punto che Tommaso parlava ad alta voce animando le
argomentazioni fittizie con domande e risposte. Al figlio
reincarnato nella sua sfera mentale rivolgeva suppliche,
comunicava moti di tenerezza, chiedeva consigli pratici,
aiuti di ogni genere, anche di ordine materiale.
- “Nonno, mi racconti dei
briganti?” la voce della piccola scosse il vecchio dalle
sue meditazioni, diradando la cupezza che gli si era
stampata sul volto.
- “Erano terribili, i briganti –
rispose paziente – ma non cattivi. Avevano grandi barbe
folte e ispide, lunghi coltelli alla cintura e spezzavano le
cinghie di cuoio dei finimenti e delle cartucciere coi
denti. Ma quando scendevano alla locanda di mio padre, su
alle Pietre Bianche, pagavano quello che prendevano. E con
me giocavano persino, mi prendevano in braccio, mi facevano
toccare i loro fucili”.
- “E tu non avevi paura?”.
- “No, non ne avevo. A quell’età,
che è poi la tua di adesso, tutto, è bello e misterioso.
Mi chiedevo soltanto come facessero a vivere per anni sulla
montagna, nelle grotte, senza aiuti da nessuno, senza chiese
né dottori. Però, da noi alla locanda compravano anche gli
scapolari benedetti della Madonna e dei santi. Ogni anno
andavano per devozione alla cappella della Croce, dove sei
stata tu giorni fa”.
- All’inizio di maggio, pochi
giorni prima, si era tenuta la processione dei bambini alla
pieve della Croce, un tempietto rustico votivo, non più di
un’edicola, eretta dalla devozione di contadini e pastori
nella solitudine della montagna, su di un’altura che
segnava lo spartiacque tra il versante della costa e la
piana di Napoli.
- Per un anno intero il Cristo
crocefisso attendeva nella sua nicchia ombrosa l’arrivo
del corteo con la ressa di vesti candide e fiori. Poche
concitate ore di ingenua venerazione, di innocenza eccitata
e un po’ teatrale. Le verginelle con i ceri, i
chierichetti coi turiboli fumosi, gli stendardi, le preci
miste alle risa e al chiacchiericcio incontenibile dell’infanzia
spensierata. E infine la commozione al momento del commiato,
verso il tramonto, quando tutti avevano ripreso la via del
ritorno a valle, portando da quella visita un’emozione che
si sarebbe protratta per giorni ancora.
- “Quanto durano i fiori tagliati,
nonno?” Idarella, ponendo la domanda, pensava ai bouquet
lasciati nella cappelletta montana a conforto del Cristo
romito.
- “Perché me lo chiedi?”
- “Abbiamo portato i fiori al
Crocefisso. Si sciuperanno presto”.
- “Non importa. È bastata l’intenzione,
e la fede. A Lui non occorre altro. E le opere buone.
Dobbiamo essere buoni con tutti”.
- “Anche con le vipere?”.
- Per chi andava in montagna la
vipera rappresentava l’incontro più temibile. I bambini
imparavano presto a stare in guardia contro quel pericolo.
- “Le vipere sono timide, e hanno
paura dell’uomo. Scappano quando lo vedono. Ma non bisogna
calpestarle, allora morsicano”.
- “E si muore?”.
- “Non sempre. Se viene succhiato
subito il sangue dalla ferita, ci si può salvare”.
- “Raccontami del serpente con la
stella sulla fronte, quello che veniva a bere alla chiusa
del mulino dove lavoravi”.
- All’incalzante interrogatorio
della nipotina, Tommaso opponeva una rassegnata tenerezza.
Nella voce insistente, nei gesti e modi di lei quando
reclamava affetto e attenzioni, ritrovava la personalità
del figlio scomparso, e ciò lo appagava, facendolo uscire
dalla gabbia della solitudine e del dolore.
- In un punto dove il sentiero
spianava, si fermarono a prendere fiato. Tommaso poggiò il
carico delle derrate su un muricciolo. Erano gli articoli da
barattare col cugino Alfonso: pesce secco, pasta avvolta
nella carta blu, sale, farina e soprattutto tabacco da fiuto
e sigari. In cambio avrebbe ricevuto uova, insaccati,
formaggio, serti di peperoncino e aglio.
- “Ascolta – disse ad un tratto
allertandosi, con l’indice impresso sulla bocca a intimare
silenzio – questo è il cuculo. Deve avere il suo nido
proprio lassù, in quel boschetto di frassini” e puntò lo
stesso dito verso una folta macchia di alberi irti sul
pendio poco sotto la cima del monte. L’uccello flautava il
suo richiamo in un gorgoglìo dolce, ovattato dalla
distanza.
-
- Giunsero poco dopo alla proprietà
del cugino Alfonso. Mentre l’uomo intratteneva il nonno
coi vari convenevoli e sua moglie Assunta offriva da bere,
Idarella venne fornita di un grosso pezzo di pane scuro
intriso d’olio e pomodoro secco.
- “Puoi andare a cercare le
fragole – disse la cugina Assunta – ma sta attenta alla
peschiera, hai capito?”.
- La raccomandazione ancora
aleggiava nell’aria che Idarella già correva lungo gli
alti filari delle viti verso il fondo del podere, dove, in
una radura tra gli alberi da frutto, crescevano le fragole.
Le pianticelle dalle foglie dentellate ricoprivano per tutta
la sua ampiezza lo slargo. Occorreva però scostare le
foglie con delicatezza, frugarvi sotto tutt’intorno, per
trovare quelle delizie rosseggianti.
- La bambina si dedicò febbrilmente
alla ricerca, e quando ne scovava intervallava il loro
aromato sapore al gusto scialbo del pane condito.
- Quando ne ebbe a sazietà, si
dedicò alla perlustrazione della peschiera per l’irrigazione,
un ampio vascone di pietre e calce ricavato a ridosso della
parete rocciosa. Le piogge e i rigagnoli che scorrevano giù
dalle pendici ne alimentavano il contenuto. L’acqua
raccolta al suo interno, dopo aver sedimentato, appariva
tersa e immobile. Faceva da specchio al cielo e ai greggi di
nubi che lo percorrevano dal mare alle cime dei monti. Solo
le straordinarie idrometre increspavano la superficie di
quello strano lago in miniatura. Gli insetti dalle lunghe
zampe e antenne remigavano da un lato all’altro della
piscina, tracciando una scia variopinta.
- La piccola guardava affascinata
quel prodigio bizzarro, con il mento appoggiato sui bordo
ricoperto di muschio. Neppure le fragole valevano il mistero
di quelle creature più leggere delle piume, capaci di
camminare sull’acqua senza mai affondare.
- “Il pranzo è pronto!” sentì
la voce della cugina Assunta chiamare dalla casa.
- “Perché non hai mangiato tutto
il pane?”.
- “Preferisco le fragole”.
- La donna rise a quella sfrontata
sincerità.
- Pranzarono sotto la pergola, sul
retro della fattoria: pasta al ragù, frittata col pecorino
e per finire un dolce rustico fatto dalla cugina, farcito
con crema di limone, graditissimo. Il nonno e il cugino
Alfonso, virilmente, tra una portata e l’altra indulsero
negli assaggi di pinzimonio con sedano, peperoncini e aglio,
intingendo tocchi di pane nella terrina posta al centro
della tavola. Poi, dopo il caffè e i saluti di prammatica,
il vecchio e la bambina presero la via del ritorno.
-
- Il cielo aveva cominciato ad
imbronciarsi già durante il pranzo. Grossi nembi gonfi e
violacei, partendo dalla linea dell’orizzonte, avevano
invaso il cielo fino a coprirlo del tutto.
- “Affrettiamoci” aveva
consigliato nonno Tommaso.
- Conosceva gli umori capricciosi di
maggio, con gli improvvisi temporali pomeridiani, ma questo
prometteva di essere un uragano coi fiocchi. Strinse più
forte la mano della bambina e l’involto di stoffa
contenente i presenti ricevuti dal cugino.
- La natura si era come irrigidita
in un silenzio rarefatto e totale, in previsione della
pioggia.
- Questa venne prima sotto forma di
goccioloni sparsi che esplodevano crepitando nell’impatto
con le pietre della via, con le foglie e i rami degli
alberi, poi infittendosi via via che la tempesta aumentava d’intensità.
Scrosciò alla fine, flagellando la terra dalla quale la
polvere si alzava in colonne biancastre.
- “Ci dobbiamo riparare! –
avvisò nonno Tommaso. E poi aggiunse – Hai paura?”.
- La bambina scosse la testa sotto
il lembo della giacca che il vecchio le aveva poggiato
addosso per ripararla.
- Alla pioggia violenta si unirono
fulmini e tuoni: palpiti magnetici e scoppi che si
schiodavano dalle nuvole basse deflagrando vicinissimi.
- “Gesù, aiutateci!” implorò
nonno Tommaso appena dopo che una di quelle saette, avendo
zigzagato per l’aria cupa, si era infilata in una macchia
di sorbi con uno schianto tremendo. Preso dal panico, il
vecchio lasciò cadere le derrate che trasportava e strinse
più forte a sé la bambina, procedendo a ridosso del
terrapieno che fiancheggiava la strada sul lato interno.
- La nuvolaglia si era abbassata,
avvolgendo i due viandanti spauriti in un tenebrore che
impediva di scorgere il tracciato del viottolo. Nonno
Tommaso avanzava a istinto, poggiando con cautela estrema i
piedi tra le asperità del terreno: uno dopo l’altro,
gradone dopo gradone, nel rombare incessante della bufera,
scandito dal rantolare strascinato dei tuoni e le vibrazioni
elettriche dell’aria. Si mise a parlare col figlio:
- “Carminiè, non te lo chiedo per
me, ma per questa piccirella che è un’anima innocente
come eri tu. Aiutaci a trovare la strada, per carità di
Dio!”.
- Con chi stava discorrendo il
nonno? si chiese Idarella. Facendosi coraggio aprì uno
spiraglio nel riparo di stoffa che la ricopriva. E vide,
riuscì a ravvisare un lume. Sì, era una specie di
fiammella che danzava sospesa a mezz’aria poco più
avanti, precedendoli. Non era una lanterna come ne usavano
spesso in paese per camminare di notte, e neppure una torcia
stearica nella sua campana di vetro. Si trattava di una
fiamma nuda, senza alcun sostegno o riparo, dorata, un alito
luminoso che iridava nel punto da cui nasceva. Come un
arcobaleno, o una farfalla di fuoco. La fiammella si librava
nel vorticare di acqua e vento senza spegnersi, a tratti
persino avvivandosi.
- “Nonno, guarda, c’è una luce
davanti a noi. Ci sta mostrando la via. Dobbiamo seguirla!”.
- Il vecchio si sforzò di penetrare
il lividore dell’aria con i suoi occhi stanchi, ma non
riuscì a scorgere quello che la nipotina gli stava
indicando.
- “Non vedo nulla!” rispose
sconsolato.
- Idarella uscì da sotto il riparo
della giacca e, incurante della pioggia che l’inzuppava
tutta, prese la mano di nonno Tommaso.
- “Vieni – disse premurosa e
decisa – ti guido io!”.
- L’uomo si affidò alla tutela
della bambina e insieme percorsero il sentiero in discesa
dietro quella portentosa staffetta.
- Al bivio della Casa Rossa si
fecero udire le voci di nonna Concetta e degli altri della
famiglia che si erano mossi alla ricerca dei due dispersi.
- La fiammella esitò per un attimo
a quei rumori, alitò più forte ai richiami umani che
riportavano la sicurezza e la vita. Palpitò con maggiore
intensità come ogni fuoco prima di spegnersi per sempre.
- Poi transitò veloce al di sopra
delle teste di Tommaso e Idarella, confondendosi al vento
che ne divorò il bagliore.
- “Ma come avete fatto a trovare
la strada in questo diluvio?” chiese la nonna.
- “Siamo stati aiutati da una luce
nell’aria!”.
- E siccome la donna aveva assunto
un’aria incredula, Idarella le puntò addosso due occhi
severi:
- “Ci devi credere, nonna, io l’ho
visto quel lume. Brillava come una stella e si muoveva per
indicarci la via”.
- “È vero quello che dice la
bambina?” insistette Concetta rivolta al marito. Ma questi
non rispose.
-
- Il vecchio si chiuse in un mutismo
assoluto per giorni. Soltanto con la nipotina scambiava
occhiate allusive, in una sorta di complice intesa. Quando
gli capitava di trovarsi a tu per tu con lei, lontani dalla
presenza indiscreta degli altri, le domandava:
- “Dimmi, com’era quella luce?”.
- E Idarella, sgranando gli occhi
neri, spiegava:
- “Sembrava il fuoco del camino
quando brucia il ceppo, ma era molto più bella, perché
aveva dentro tutti i colori...”.
- “E come si muoveva nell’aria?
Fammi vedere!”.
- “Così...” la mano della
bambina si apriva distendendosi, oscillava, fluttuava.
- Gli occhi del vecchio la seguivano
incantati, un po’ umidi perla commozione, un po’ tristi
quando, terminata quell’innocente magia, le minuscole dita
si richiudevano.