|
SOLTANTO
IL CUORE Ed.
EDEL, Roma –
1987
|
FEBBRAIO |
 |
- Candelora:
- è ancora inverno.
- Inutile cercare
- lungo i fossi
- cenni di biancospino,
- e tra i rami che gravano
- sul vuoto
- nidi o germogli.
- Ancora brina la terra,
- al mattino,
- e rovi s’avvinghiano
- alla quercia
- posta a guardia di solchi
- desolati,
- che cercano, fuggendo,
- i confini del cielo.
- Eppure,
- noi che andiamo
- per gli argini
- e le rive,
- già sentiamo covare
- nella terra
- l’ansia del seme;
- e presto,
- molto presto,
- vedremo il rovo
- fiorire,
- il nido pieno,
- e il solco spigherà
- presso la quercia.
- Presto, molto presto,
- anche noi smetteremo
- i panni dimessi
- dell’inverno,
- per coprirci di fiori,
- per nutrirci
- di luce.
|
|
|
MARZO |
 |
- Presagi.
- La nebbia
- è un mare di cotone
- mosso senza rumore:
- un uccello sparuto
- vi si avventura.
- Chissà quali diluvi
- rifugge,
- e quali segni ci porta
- di salvezza.
- Primavera
- stenta a venire,
- è un’ansia sottopelle
- che preme,
- un non so che
- di sussurri
- nel dormiveglia.
- Un guatare per cenni
- di fiorire.
*
* *
- Ecco il primo albero fiorito:
- un mandorlo bianco
- che troneggia
- sopra una corte
- di rovi.
- Migrano stormi
- dalla campagna
- con brevi sortite:
- il loro mondo
- è un prato,
- un olmo fronzuto,
- pochi semi
- e la pietà del vento.
- Primavera
- è alle porte,
- batte con lievi rumori.
- Apriamo:
- l’assedio
è finito.
|
|
|
APRILE |
 |
- Biancospini
- e nuvole d’aprile,
- cespi di azalee spogliati
- da folate di vento.
- Roma del nuovo verde.
- Si ameranno come un tempo
- le coppie alle fontane,
- verranno le rondini,
- sarà primavera
- come sempre?
- E tu,
- sarai la stessa
- o muterai,
- colmando i tuoi occhi chiari
- di corruschi giochi
- d’ombre?
- No, mi dici,
- il cuore è radice;
- variano i segni
- sulla scorza
- che offriamo al tempo,
- perché la scavi, l’offenda
- la invecchi.
- L’anima, dici,
- non muta:
- è seme, linfa,
- mistero di cui noi stessi
- strabiliamo.
- Città di primavera.
- L’acqua benedice
- ruvidi marmi di fontane,
- e l’albero di Giuda
- a un gesto supplichevole di ninfa
- libera gemme amaranto.
- Il tempo perdona,
- dice il muschio sul tufo,
- tanti dolori, amori traditi,
- glorie passate.
- Città di primo aprile:
- tra i pini di Castello
- uccelli crepuscolari
- salutano il sole.
- « Vulnerasti cor meum »
- dice il Cherubino di pietra
- messo a guardia del fiume,
- e sotto l’ultima folgore
- radente
- china il capo
- vinto
dalla luce.
|
|
|
MAGGIO
- Maggio:
- la rosa di Cina
- brama
- la tua finestra.
- Quando vi giungerà
- non la tagliare.
- Fatti coprire
- la bocca e le mani,
- lascia intessere
- i tralci
- alla tua chioma.
- E tu
- resta in silenzio
- avvinta a quella rete
- di profumo e di seta.
- Sentirai
- nella notte
- tra mille odori
- e suoni
- la mia voce
- salire a te
- lungo i rami dorati
- a baciarti la bocca,
- sfiorarti le mani;
- come la rosa
- di Cina
- arrampicata
- da questo mio giardino
- alla tua
altana.
|
|
|
GIUGNO |
 |
- Nei campi
- ardono papaveri,
- e la ginestra segna
- dove ha fine la terra
- e preme il cielo
- con imperi d’azzurro.
- Viene ora il tempo
- degli alti zenith
- roventi,
- di ampie volte fiammanti
- dove le costellazioni
- tracciano solchi perlati
- sul volto della notte.
- Solitarie montagne
- nutrono il richiamo del cuculo
- ovattato,
- e nelle brine
- di ore antelucane
- gemma la rosa canina
- nell’abbraccio dei rovi
*
* *
- Essere pula di grano
- e frangia di soffione
- fatti preda del vento.
- Essere frutti maturi
- offerti in olocausto
- al tempo.
- Oppure canne di palude
- incise ad arte
- perché il vento da noi
- tragga suoni
- e ci dia voce;
- ci dia il canto, la parola,
- il nome.
- Essere amore
- appena fiorito
- e già consumato,
- stagione da poco nata
- e già compiuta.
- Divenir semi
- portati dal vento
- in migrazioni estreme.
- Essere appena morti
- e già
fiorire.
|
|
|
AGOSTO |
 |
- Perdona
- la solitudine della quercia
- che vive la sua estate
- e attorno non ha
- che note dimesse
- nel canto della cicala,
- la crudele lussuria
- dei rovi,
- i bagliori della pietraia.
- Certe ore del giorno
- sono una terra estrema,
- un approdo oltre il quale
- avvertiamo l’ignoto,
- un ultimo scoglio
- nel mare del tempo...
- Perdona
- queste ore che tessono
- le tele fatue
- che altre ore disfanno,
- il canto del nostro cuore
- dimesso.
|
|
|
SETTEMBRE |
 |
- Ai primi tocchi
- delle foglie morenti
- seguirà il crescendo
- della pioggia.
- Poi sarà ottobre,
- una ruggine
- di terra arata
- da cui si leverà il fumo
- in spirali
- azzurre.
- Tu allora
- mi ricorderai l’estate:
- risentirò gioire,
- l’orecchio sul tuo cuore,
- le pulsazioni profonde
- di una vita
- certa,
- rivivrò i giorni compiuti,
- la bellezza immemore
- di nascita e morte.
- Presto sarà ottobre:
- senti la musica
- del vento che trascina
- come foglie
- le ultime ore d’estate,
- lampi di sole,
- attimi,
- toni che precipitano
- verso profondità
- dove tutto si consuma.
- Così, dopo la pace,
- verranno grandi attese,
- nebbie,
- i semi cullati
- nel grembo della terra,
- come i sogni
- nel cuore.
- Non rimarrai che te,
- la tua vita certa,
- la clessidra del tuo cuore
- che un semplice moto
- basta a rigirare.
- E il tempo riprenderà,
- più
forte.
|
|
|
NOVEMBRE |
 |
- Il vento al cancello
- s’avviluppa e scuote
- la rosa immersa
- nella brina.
- Viviamo
- in un grembo ovattato
- dove uccelli pigri
- consumano il giorno
- percorrendo a sciami
- pasture ondulate
- di cielo
- tra marine e rupi.
- Lontano, il mare
- anima arcobaleni
- subito scomposti
- in lampi, fiori di luce
- tra i nembi.
- Poi, una gran quiete
- cenerina e stanca.
- Viviamo
- nel bozzolo del tempo
- che novembre corrode
- ora per ora;
- appena schiuso
- lascerà fuggire
- palpitanti farfalle
- di neve.
|
|
|
ROMA
- Amarti.
- Oggi
che il vento
- di
mare
- raggiunge
trame di gerani
- sospese
- e
scioglie residui profumi
- di
rose
- sui
terrazzi;
- oggi,
- nell’ultimo
ottobre
- dell’uva
alabastrina,
- col
fiume calmo
- dove
tendono
- mille
rami scapigliati
- di
platani,
- l’acacia
che si spoglia
- frusciando
- nella
seta dorata
- delle
sue foglie.
- Amarti,
- con
lo stesso silenzio,
- lo
stesso abbandono
- che
hanno le cose
- in
questa ultima luce,
- senza
crucci d’ombre.
- Solo
guizzi di voli
- tra
le vecchie pietre
- e
Angeli furtivi
- ai
crocicchi
- con
serti di marmo
- polverosi.
- Amarti,
- in
questa Roma
- d’ultimo
ottobre,
- dai
cieli irrequieti
- di
scirocco,
- dalle
foschie mattutine
- che
raccolgono,
- come
una congiura,
- residui
sciami fuggiaschi,
- prima
dell’ultimo volo.
- Poi,
- resteremo
qui,
- tu
ed io
- soltanto.
*
* *
- Passando
per Ripetta
- la
mattina
- si
gusta Roma
- a
scampoli.
- Mille
foglie di platano
- ammucchiate,
- un
busto antico,
- una
fontana
- secca,
- e
panni ciondoloni
- alle
finestre
- variopinti
vessilli
- esistenziali.
- Roma
antica
- all’incanto:
- chi
la compra?
- Con
poca spesa vi portate via
- un
cornicione autentico
- imperiale
- o
un blasone
- dell’epoca
barocca
- appartenuto
a nobiltà
- papali.
- Altri
tempi.
- L’autunno
oggi è mercante
- e
rigattiere:
- offre,
baratta
- svende.
- È
un’occasione.
- Passando
per Ripetta,
- non
correte.
- Guardate
quanta Roma
- viene
esposta
- a
prezzi di favore.
- Chiesette
sconsacrate tutte intere
- complete
di rosone
- e
meridiana,
- col
portale sprangato
- da
una croce
- fatta
di quattro tavole
- inchiodate.
- Da
un buco
- nel
legname consumato
- vanno
e vengono i gatti
- in
processione:
- sono
rimasti gli unici
- a
pregare
- in
questa sala d’aste
- a
cielo aperto.
- Roma
- è
per tutti i gusti.
- Approfittate!
- S’intona
ad ogni stile,
- ad
ogni moda.
- Portate
a casa
- un
pezzo di grondaia:
- protegge
le nidiate
- a
primavera
- ed
il sorriso dell’Immacolata
- da
un’icona
- sospesa
al crocevia.
- A
chi più compra
- Roma
offre un omaggio:
- un
po’ di quel segreto
- che
l’aiuta
- a
superare i secoli,
- le
guerre, i barbari,
- i
partiti
- le
sventure
- e
conservarsi intera,
- caput
mundi,
- a
dispetto
- di
tutti gli attentati.
- Perciò,
se v’interessa
- un
pezzo raro
- o
un elisir d’eterna giovinezza
- passate
per Ripetta la mattina:
- l’autunno
vende Roma
- a
chi più l’ama.
|
|
|
NORCHIA
(Necropoli rupestre) |
 |
- Mille volte
- ha chiamato,
- dal folto del querceto,
- l’upupa cieca,
- invocando,
- tra la pania dei rami,
- spazi di cielo,
- e il vento pietoso
- che sorregga
- la sua ala
- consunta;
- per librarsi
- dal mondo polveroso
- dei morti
- e vagare, fluttuando,
- sopra distese di miglio,
- sulle pianure di grano,
- remote.
- Mille volte
- mille,
- quel richiamo
- ha vibrato nell’aria, inascoltato,
- tra l’afrore dei rovi
- dove guizza
- trepido
- il ramarro
- ad acquattarsi,
- imitando
- lo smeraldo tenero
- dell’erba:
- unico pegno
- dato dalla terra
- per lenire
- la smembrata armonia
- della pietra
- che un tempo
- ebbe forme, nomi, storie:
- i labili sogni
- dell’uomo.
|
|
|
CILENTO |
 |
- Quel greto stanco di sole, laggiù,
- tra le querce nodose
- e il sambuco:
- il Sele arido di giugno,
- dove la ruspa immerge
- le sue mani fredde.
- La febbre d’estate
- empie l’aria
- con fiocchi alati di stoppia,
- con ampie farfalle,
- e zanzare, nate a mille,
- dai campi.
- Io so la pena della pannocchia
- cui strappano la scorza,
- il sonno amaro della rosa
- al pungolo fine dell’ape...
- E altre cose
- che giugno scioglie nel sangue,
- come una malaria.
- Giù in fondo al Sele
- scavano
- fredde
- le mani della ruspa
- la bocca aperta
- ringhia sul granito:
- come la serpe, vinta,
- quando morde
- l’ombra
immota del cane.
|
|
|
THARROS
È giusto
che la gloria
diventi sabbia,
e silenzio
tutte le parole,
e navi cariche
di vele
solo fantasmi
lungo i promontori.
Vale e resta
l’amora che scambiamo,
il gesto,
il nostro canto
che riscatta il giorno.
|
|
|
GIARA DI GESTURI |
 |
- Venere e Luna
- se ne vanno insieme
- per l’ampio cielo;
- gli alberi
- grondano argento
- sulla terra.
- Il fuoco del nuraghe
- è spento.
- Cerchiamo nel buio
- le costellazioni,
- additando smarriti
- ogni stella,
- memori del tempo
- quando sapevamo
- segreti di favole arcane,
- i misteri dei sogni.
- Ora la Luna va
- e Venere la segue:
- nella giara assopita
- dormono i cavalli.
- Hanno vissuto
- un giorno pieno
- nel sole,
- mangiato l’erba acre,
- bevuto l’esile acqua
- di fonte;
- hanno riempito
- i grandi, vacui occhi
- di cielo,
- e le narici assaporato
- il sale
- portato nel vento
- dal mare.
- Ora la Terra è desta,
- e la Luna scompare.
- Venere indugia
- ad aspettare il Sole
- nel cielo di pervinca.
- Un altro giorno è nato,
- fatto di scalpitii
- nella valle pietrosa,
- tra i lentischi, i rovi,
- i sughereti;
- di nitriti sonori
- nell’aria colma
- di luce.
|
|
|
PASTORI IN SARDEGNA |
 |
- Montagne s’alternano
- a montagne,
- e i greggi raccolti
- nella poca ombra
- tintinnano d’argento,
- belano
- come in preghiera.
- La mora è turgida
- sul rovo,
- il fico pieno di latte,
- camminare è lieve,
- dormire sotto le stelle
- presso i sughereti
- nelle valli lunari.
- Andare, senza parlare,
- senza sperare;
- consumare i giorni
- come la fiamma il ceppo,
- la sera,
- nel chiuso del nuraghe.
- E rimane la fede antica
- nelle cose create,
- fuoco
sotto la cenere.
|
|
|
TOPKAPI |
 |
- Sharin,
- è il mese di Nissan;
- ieri, hai compiuto
- venti primavere,
- e il Grande Eunuco
- ti ha donato
- uno zari di seta.
- Da cinque
- sei rinchiusa
- nell’harem del Sultano,
- sperando di varcare
- la Porta d’Oro,
- quella porta che potrebbe
- non aprirsi mai.
- Hai vent’anni, Sharin,
- venti fioriture di rose,
- cinque inverni trascorsi
- presso l’alto camino
- di maiolica azzurra,
- cinque calde stagioni
- nel giardino remoto,
- tra gli arabeschi d’ombra
- e i gelsomini spioventi
- sulle chiare fontane
- d’alabastro.
- Cinque lune di Nissan
- e la rosa sboccia,
- cinque anni d’attesa
- e la rosa muore.
- Gli artisti di palazzo
- tracciano abili
- sui muri
- lodi all’Onnipotente;
- ma chi segnerà
- sui marmi porporini
- la tua pena segreta,
- Sharin,
- lo smeraldo puro
- del tuo dolore.
- Ieri,
- un uomo di Venezia,
- città di là dal mare,
- ha portato candelabri
- di vetro colorato
- per la sala del trono.
- Attraverso le grate del gineceo,
- trepidante,
- lo hai guardato
- con i tuoi occhi scuri d’ossidiana,
- e per un attimo
- hai sognato che il Sultano
- ti cedesse a lui
- per la sua merce strana.
- Ma l’uomo biondo
- è ripartito
- senza domandare,
- senza neppure sapere
- delle tue venti stagioni
- sciupate
- nel tepore opprimente
- del camino,
- nell’ombra triste
- del giardino remoto.
- Con lui,
- avresti volentieri lasciato
- questo mondo sommesso
- di sospiri,
- di pianti soffocati
- nei lunghi corridoi,
- e l’angoscia di vivere
- altre primavere
- senza essere amata.
- E infine, un giorno,
- anche il tuo destino
- verrà segnato
- dall’ignota mano
- con la cieca sentenza di un sigillo;
- la stessa mano
- che non t’ha sfiorata
- reciderà lo stelo della rosa,
- e non sarai più colta.
- Così, tu
- appassendo vivrai
- in una qualunque delle tante stanze,
- di questo bieco Palazzo
- che ha nome Paradiso.
- Spesso,
- quando il tramonto infiamma
- l’acqua viola del Bosforo,
- vorresti avere
- ali di cicogna,
- e migrare a ponente
- oltre i monti d’Epiro,
- verso città e paesi
- d’uomini biondi,
- e donne
senza velo.
|
|
|
INDIA |
 |
- Era destino
- chiudere il cielo
- nei tuoi occhi,
- ritrovarti,
- come i diecimila di Senofonte,
- fluttuante d’onde,
- ritrovarono il mare,
- con bagliori di sole,
- pleniluni e riposi stellari.
- Dopo il silenzio
- non era miracolo né
- sortilegio
- riascoltare le voci
- salmodianti
- negli ambulacri dei templi,
- o la nenia che scandivano
- – un pianto senza disperazione –
- i necrofori a Benares.
- Ovunque il dolore,
- e fiori ovunque,
- voci,
- a ricordare la strada
- che va al fiume
- e quella che ritorna.
- I fiori che ti porgeva
- l’uomo privo d’un occhio,
- come una fiamma
- nel crogiolo delle sue mani.
- E le tue
- nelle mille mani tese
- verso di noi
- che salivamo dal fiume,
- a non dimenticare
- la strada che non va
- e non ritorna:
- che sta,
- nel destino di tutti,
- a continuare la vita.
- Anche se questo vuol dire
- aspettare
- che la cenere dispersa
- si raccolga,
- che rinascano i fiori,
- dividere la pena
- d’amarsi
- – l’amore ricorda, sempre,
- le radici da cui nasce
- la sua bellezza –
- senza miracolo, o sortilegio,
- dividere il sale febbrile
- delle nostre labbra.
- L’estasi era destino,
- chiusa nel suono
- che rapiva il nostro
- musicista accompagnatore
- sulla strada per Amber;
- destino riscoprire
- assieme
- la preghiera umana
- che nutre la nostra anima,
- perché abbiamo pregato sempre,
- tu ed io,
- col linguaggio delle foglie
- nel vento,
- con parole d’acqua.
- Era destino
- chiudere il cielo
- nella goccia errabonda
- sulla ninfea;
- nessun miracolo
- o segno che sfuggisse
- alla trama dei giorni,
- del nostro tempo
- diviso.
- Destino;
- anche se ciò voleva dire
- la cenere dei morti
- lungo il fiume,
- gli uomini rapiti alla terra,
- come uccelli
- che abbiano smarrito
- il senso del nido:
- volare,
- senza ritorno, o riposo.
- Così,
- accettando le cose
- che ci venivano assegnate,
- le parole,
- aspettando che il tempo
- ricomponga la sua trama.
- Sono destino le tue mani,
- i tuoi occhi:
- tentano il fiume
- del mio cuore,
- da riva a riva,
- salvando i giorni,
- le parole, i voli.
- Semi che fioriranno,
- inviolati.
|
|
|
FIORITURE DI LUCE |
 |
- Fossili,
- ginepri,
- tracce d’uragani
- notturni,
- e l’assalto del mare
- che torna,
- dopo brevi riposi.
- Ci sono momenti
- d’eternità
- che puoi cogliere
- improvvisi
- nel flusso dei ricordi,
- che serbano meraviglie
- nel loro frutto
- diviso.
- Se data, nel tempo,
- ogni traccia umana
- rimane:
- orme,
- odori,
- il suono delle parole
- che, pronunciate,
- non si perdono,
- ma vivono
- chiuse nel flusso mutevole
- delle maree.
- Fossili,
- suoni,
- il peregrinare del sangue
- in labirinti di conchiglia,
- incerta lotta d’acqua
- e terra
- nella risacca:
- vincerà il volo del gabbiano
- messaggero d’ultimi chiarori
- da ponente,
- oppure,
- cupa,
- dalle soglie del cielo
- l’ansia della notte.
- Se dato,
- ogni pegno umano
- resta,
- così, di te rimarrà
- questa traccia vivente
- di parole e gesti;
- nel cuore
- che, segnato,
- serba le tue meraviglie.
- Orme, odori,
- il suono della tua voce
- vivo di riposi e ritorni
- improvvisi,
- palpiti e soste,
- mai stanco,
- fedele presenza,
- cardine segreto
- attorno al quale ruota
- il mondo.
- Torna, nel respiro
- delle maree
- il pegno da te accordato
- alle ore:
- il mio cuore lo segue
- come il filo d’Arianna
- nel labirinto della notte.
- Vincerà la speranza
- di un altro giorno
- che riporti,
- immense nel cielo,
- fioriture
di luce.
|
|
|
CORDA D’EQUILIBRIO |
 |
- Coraggio,
- rischiamo i capricci del vento,
- stamattina,
- o il precario equilibrio
- sullo spasimo teso del filo
- tra ombra e luce.
- O il dolore di rinnovarsi
- da ramo in fiore,
- da silenzio in parole.
- Stamattina t’invito
- ad azzardare passi
- che ripercorrono il tempo:
- coraggio,
- rischiamo il turbine vuoto
- del risveglio,
- tu ed io, ritrovati,
- come sempre,
- sconosciuti,
- vivendo ii tempo nuovo
- che ripropone la strada antica
- e le voci,
- i semi ed i fiori.
- Rischiamo ii sogno di sempre
- che porta le mani e la bocca
- a fiorire, dalla solitudine,
- dal silenzio.
- Coraggio:
- dì che mi ami ancora,
- e tendimi
la mano.
|
|
|
VECCHIO BAMBINO |
 |
- Sì, figlio,
- è vero:
- divento vecchio.
- Occhiaie, rughe,
- capelli bianchi,
- e l’incedere lento
- di chi medita troppo
- prima di fare.
- M’angoscia
- l’avarizia del tempo,
- la piramide delle cose
- incompiute,
- delle viltà sopite.
- Eppure, sapessi,
- la notte sogno il mare,
- acri mandorli fioriti,
- le fresie a schiera
- lungo i fossi,
- le rondini di marzo.
- E mi piace scrutare il cielo
- dove le nuvole compongono castelli
- e il disfanno,
- e orchi e draghi son tramutati
- in fiori.
- E’ vero, figlio,
- divento vecchio,
- il corpo grave, la parola amara,
- ma dentro, sapessi,
- quanto il cuore è leggero:
- una foglia,
- in balìa d’ogni sospiro di vento.
- Sono un bambino che nasce
- ogni giorno di nuovo,
- e più il corpo decade
- più divento piccino.
- Ma tu non giudicare;
- la forma non conta,
- contano i sogni.
- Allora, vieni,
- prendimi per mano.
- Io sono un vecchio uomo
- che
diventa bambino.
|
|
|
MIO PADRE |
 |
- Mio padre non voleva
- essere eroe:
- segava il legno
- come San Giuseppe,
- dava una culla
- a chi veniva al mondo,
- letti ed armadi
- a chi si maritava,
- tavoli, sedie, madie,
- cassettoni
- e, se uno moriva,
- anche la bara.
- D’altro non s’occupava,
- ma sapeva
- cantare
- fischiettare
- ed afferrare
- la vita
- così come capitava.
- Poi gli dissero
- un giorno
- che un soldato
- valeva
- come cento falegnami
- e una vita da pecora
- tranquilla
- non era come un giorno
- da leone.
- Al posto della pialla
- il novantuno,
- invece della sega
- la granata.
- E quando chiese:
- me se muoio io
- cosa darete ai figli
- a ricompensa?
- Risposero:
- daremo un avvenire
- e non ci sembra poco,
- per la Patria.
- Così dissero
- ad altri centomila
- falegnami, pastori,
- portagerle,
- facchini,
- sarti, fabbri, montanari.
- Gli diedero lo schioppo
- e un ideale
- da usare come rancio
- e come stufa.
- Fecero la sfilata
- per le vie
- e gli piovvero addosso
- fiori e baci.
- Poi l’Armata imboccò
- la prateria,
- con le scarpe di pezza
- in mezzo al grano.
- A milioni
- crescevano le spighe:
- a coprire la terra
- e verso il cielo.
- Non era quello il tempo
- di falciare,
- né di trebbiare,
- né di far covoni.
- Katjusce, bombe, obici,
- mortai,
- mietevano quei corpi a mille a mille
- facendone cataste
- senza nomi.
- Cadevano assieme
- avviluppati
- morti di carne
- e spighe alte di grano.
- E la terra dolente
- buona madre,
- li copriva pietosa,
- a dargli quiete,
- li prendeva nel grembo,
- a dargli sonno.
- Gli anni sono passati
- e il grano cresce,
- ma tra una spiga e l’altra
- che matura
- un papavero gemma
- e un altro ancora:
- a contarli
- saranno centomila.
- E i nomi? Se chiedete a questa Terra
- vi dirà di tacere:
- sono figli
- e i figli per la Madre
- sono uguali.
- Mio padre non voleva
- essere eroe:
- pure è servito
- a fecondare il grano
- per i figli
- dell’uomo che l’uccise.
- Inutile cercare dove cadde,
- inutile scoprire dove dorme.
- Riposa assieme agli altri
- centomila:
- li potete vedere
- a primavera
- papaveri vermigli
- in mezzo
al grano.
|
|
|
OUVERTURE |
 |
- Da qualche parte,
- nascosto,
- un piano suonò Chopin:
- due cervi corsero
- come lampi
- tra gli alberi fitti
- e le foglie,
- disparvero.
- La musica ci guidò
- lungo il terreno dei tiri,
- sul piccolo ponte
- oltre il fiume,
- tra gli alberi
- e le foglie ammucchiate.
- Il cielo fresco oltre i rami,
- la terra oltre le foglie
- ferveva di more e lombrichi,
- piena di giorni invernali
- non vissuti...
- Dove finiva la terra
- il fiume si scioglieva
- con ricordi di neve.
- La musica ci guidava,
- triste,
- felice di essere triste,
- tra gli alberi folti,
- e le foglie,
- nel regno di quell’estate
- ancora piena:
- di ciliegi rampicanti,
- di margherite a girasole
- ritte a misurare,
- lungo le staccionate,
- quel regno di luce
- fino all’orizzonte.
- Senza mai fermarsi,
- quel piano suonò Chopin,
- soffrendo di solitudine
- aperta,
- sperando di voci e di passi...
- L’estate si univa alle brughiere
- senza pudore di nebbie:
- azzurro e verde,
- fiori smaniosi d’aria
- lungo le staccionate;
- la terra che cercavamo
- ardente di vita.
- Da qualche parte nascosto,
- quel piano cantava
- segreti di stagioni,
- con acqua, nuvole
- e luce...
- Suonò tutto quel pomeriggio.
- A volte ancora lo sentiamo
- sciogliere temi di sole
- nel cuore,
- sempre vivo, mai stanco;
- più forte di rami e di foglie
- che infittiscono attorno
- col tempo,
- e fanno più lungo l’inverno,
- i nostri giorni più brevi,
- e la
vita...
|
|
|
UN TRATTO DI MATITA |
 |
- A volte,
- sembri tratto
- debole di matita,
- senza nome,
- come la linea
- del destino:
- l’anima è come
- un alito sul vetro,
- e diverso è il tuo volto,
- nel riflettere patito
- dei pensieti.
- Potresti
- tracciare più fondo
- quel solco,
- o accennarlo,
- dare vita e parole,
- nomi a te stesso: basta
- un tratto di matita,
- un soffio d’anima
- e vivi.
- Basta cambiare
- i nomi,
- aspettare:
- quel tratto ti precede,
- ti contorna,
- ti definisce.
- L’eco ritorna
- sovente
- uguale,
- dolore passato
- che si rinnova
- voce che ti
- somiglia.
|
|
|
LA CASA DEL PADRE |
 |
- La casa del padre
- non ha porte:
- puoi entrare quando vuoi.
- Troverai sempre
- acqua nella giara,
- fuoco nel camino,
- il pane fresco
- e il sale,
- un angolo quieto
- dove riposare,
- dimenticare l’inverno
- che ti ha fustigato
- con grandine e pioggia.
- La casa del padre
- ha molte stanze
- e una è per te,
- sempre pronta,
- sempre pulita.
- Potrai venire
- nell’ora più buia,
- nella stagione più avversa
- allegro a triste
- vestito o nudo.
- Potrai dire chi sei
- o tacere,
- avere senza pregare,
- andare senza pagare.
- Potrai non chiedere
- di lui,
- e partire senza salutare.
- Il padre starà li
- a spiare
- il cuore nella mano;
- ti darà anche quello
- se lo chiedi.
- Perché tutto quello che ha
- è tuo.
|
|
|
ESORTAZIONE |
 |
|
Ama. Finché maggio avrà sorrisi,
rondini in cielo,
e rose ai balconi;
finché avrai l’età di sognare,
e fiori nei capelli.
Questo è, figlia, il tempo,
non aspettare.
Ama, finché i tuoi occhi hanno luce
e hai mani per toccare;
non indugiare,
finché hai il cuore leggero
e ali per volare.
Questo, figlia, è il tempo.
Breve come un sospiro,
primavera acerba e caduca.
Ama, ora, finché sei in tempo,
ora che hai un nome, un volto,
una voce.
Ama subito, senza esitare,
tutto e tutti,
senza aspettare.
Domani, potrebbe essere l’inverno,
il labirinto della solitudine,
la guerra, l’odio, la morte,
e più del deserto
l’indifferenza.
Ama, ora, finché maggio ha sorrisi,
rondini in cielo,
rose ai balconi. |
|
|
ALLA MOGLIE
(Lamento di un
vedovo) |
 |
- Fino a ieri,
- la nostra via era chiara
- e diritta,
- piena di sole;
- noi camminavamo vicini,
- mano nella mano.
- Io indovinavo i tuoi pensieri,
- contavo i tuoi respiri,
- i nostri passi, all’unisono,
- come il nostro cuore.
- Oggi,
- mi trovo in un mondo di buio,
- perduto in un labirinto.
- Tu mi hai tradito,
- portandoti via i respiri, i passi,
- i palpiti, la voce.
- Solo,
- e la mia strada ignota
- si snoda
- lungo giorni futuri
- senza luce.
- Oggi soltanto capisco
- quali poteri avevi
- tu che dipanavi
- nella mia vita confusa
- ii tuo filo,
- e mi aspettavi se tardavo,
- mi chiamavi se mi smarrivo,
- m’indicavi, come nelle fiabe,
- il lume lontano
- al termine del buio
- e della notte.
- Ora so quanto bastavi
- a consolarmi
- tu che reggevi i miei castelli di
sabbia
- e cantavi nenie
- per le mie paure,
- tessevi la tela
- e la scioglievi
- per essermi fedele.
- Ora so quanto ci amavamo:
- oggi che tutto si disfa,
- viene meno,
- si spegne.
- Oggi, tu mi hai tradito per la prima
volta,
- per l’ultima
volta.
|
|
|
SOLTANTO IL CUORE |
 |
- Soltanto il cuore
- ci potrà salvare
- costruendo per noi
- arche leggere
- per navigare
- i mari dell’inverno.
- O costruirà per noi
- ali di piuma
- per farci trasmigrare
- da stagioni di brume
- verso pascoli verdi.
- Sarà brace ardente
- dentro di noi
- se fuori è gelo,
- acqua pura di fonte
- nel deserto riarso,
- ci darà occhi nel buio,
- parole nel silenzio.
- Soltanto il cuore
- ci terrà legati
- quando turbine e vento
- squasseranno il mondo
- cancellando la vita;
- soltanto lui potrà farla tornare,
- seme dentro di noi.
- Sulle aride bocche
- degli uomini superbi
- soltanto il cuore
- potrà far sbocciare
- l’umiltà
di un sorriso.
|
|
|
|