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PREFAZIONE
- A volte il
passato ritorna: a regolare conti sospesi, a suggellare
destini incompiuti; ma anche, come nel caso di Andrea, il
protagonista di questa vicenda, a recare insospettati doni:
l’amore, cui aveva dovuto rinunciare emigrando, e la
possibilità di aiutare i suoi conterranei a trovare la via
d’uscita dal labirinto del degrado interiore ed esteriore
nel quale sembravano essersi smarriti.
- Pasidonia,
una realtà immaginaria del Meridione d’Italia, diviene
pertanto luogo emblematico della topografia politica e
sociale del mondo, e i suoi abitanti repliche fedeli di
tutte le creature umane alla perenne ricerca di un regno
armonioso sempre vagheggiato e mai realizzato.
- Incalzati
dal ritmo degli eventi, in un’atmosfera di magia creata
dal mirifico paesaggio e da indefinibili presenzeAndrea,
Marcella e gli altri personaggi conducono il lettore alla
scoperta di quel regno.
- Romanzo,
thriller, fiction o parabola, quale termine usare per
definire questo libro? O forse potrebbe dirsi favola? Sí,
una favola per adulti, visto che sono questi ad avere
realmente bisogno di prospettive liberatorie, di
incantamenti e di aperture al magico e al misterico.
- Mentre i
bambini hanno un ampio e variegato patrimonio favolistico
cui attingere, gli adulti s’indirizzano normalmente a una
narrativa, quella attuale, che non di rado finisce col
riproporre le angosce e i grovigli esistenziali ai quali
essi con la lettura vorrebbero sottrarsi.
- Ecco quindi
che l’Autore, che è essenzialmente un poeta, confeziona
una favola per grandi provvista di tutti gli ingredienti
capaci di affrancare il lettore da una realtà prosaica
spesso degradata. E come è proprio delle favole, anche in
questa è indicata una morale, che trova scaturigine dall’essenza
immaginativa che la ispira: il mistero, l’insidia dei
malvagi, la caduta dell’eroe, il suo riscatto e il
recupero dell’armonia perduta.
- Tornerà in
tal senso utile definire la favola secondo il pensiero di
Novalis, il quale non solo fu tra gli iniziatori del
romanticismo tedesco, ma contribuí soprattutto, insieme a
Ludwig Tieck e Clemens Brentano, alla riscoperta e alla
rivalutazione dei Märchen, il patrimonio favolistico
popolare germanico. Il ricorso alla favola o al contenuto
fiabesco nel romanzo era volto per Novalis ai piú profondi
intenti magico-misterici, come già aveva fatto Goethe con
la sua Fiaba del Serpente verde e la bella Lilia.
- Scrive
Novalis nell’Allgemeines Brouillon: «La vera fiaba
deve essere nello stesso tempo rappresentazione profetica
– rappresentazione ideale – rappresentazione
assolutamente necessaria. L’autentico poeta di fiabe è un
veggente del futuro». Egli preconizzava un’epoca in cui
non ci sarebbe stata piú differenza tra poesia e prosa, in
quanto «la prosa piú alta, piú vera, è il poema lirico»
e «un romanzo deve essere in tutto e per tutto poesia».
Secondo l’autore di Enrico di Ofterdingen, l’unione
di poesia e prosa avrebbe dato luogo alla vera fiaba:
«Tutti i romanzi dove compare il vero amore sono fiabe –
avvenimenti magici».
- In Ritorno
a Pasidonia la materia letteraria, in cui la prosa è
compenetrata di poesia, vuole indicare il percorso che l’uomo
attuale, confuso e fuorviato dai troppi segnali
materialistici che riceve dalla realtà esteriore, deve
compiere per giungere al magico castello dove risvegliare la
Bella Addormentata della propria interiorità e
riconquistare il Regno del cuore.
Marina Sagramora
Introduzione
- Nel tempo
sono state scritte e raccontate molte storie aventi come
scenario di riferimento il Meridione d’Italia, e troppe
forse ispirate ai problemi dell’emigrazione dalle
regioni del Sud, con i laceranti distacchi e i difficili
adattamenti in terre lontane, con la nostalgia degli
sradicati, spesso motivo di sofferti ritorni.
- Nello
spirito di questo libro, vale però la pena ricordare una
di queste storie di espatri, raccontata non da uno
scrittore ma da un regista. Si fa riferimento a Pane e
cioccolata, un buon film diretto da Franco Brusati e
magistralmente interpretato da Nino Manfredi. A parte
alcune topiche socio-politiche, i luoghi comuni etnici e
una certa dose di retorica populista (l’epoca, il 1974,
lo imponeva), il film mostra con occhio spietato, non
esente da un lirismo forte e scabroso, le vicende di un
emi-grato in Svizzera, e la sua parabola lavorativa che,
iniziata bene, raggiunge un apice ottimale, ma poi
inesorabilmente precipita verso il fallimento e conduce il
protagonista allo spaesamento, inteso nel senso letterale
del termine: lasciato con la misera valigia sulla linea
ferroviaria alla frontiera tra Svizzera e Italia. Egli si
sente respinto dal Paese dove ha invano tentato la
fortuna, e allo stesso tempo angosciato dalla prospettiva
di dover ritornare in quello da cui è dovuto andar via
per bisogno, in quanto sa che ritroverà gli stessi
problemi di sempre, ma soprattutto la solita gente
rumorosa, scomposta, avvilita e resa prona da secolari
soprusi e mortificazioni. A quel punto due sono le strade:
l’alienazione in un limbo senza identità umana e
anagrafica, o il ricorso alla fede, all’inter-vento
provvidenziale. Il film non indica l’opzione scelta dall’interessato,
lasciandone l’esito all’acume e alla fantasia degli
spettatori.
- Con
diverse modalità, anche il protagonista di Ritorno a
Pasidonia, Andrea, viene a trovarsi sulla linea di
confine con una terra di nessuno. Non appartiene ormai
piú agli Stati Uniti, Paese dove pure ha trovato la
fortuna economica, ma al quale non si è mai legato
sentimentalmente, e non riesce a reinserirsi in una
società, quella dei suoi concittadini, che ha svenduto la
propria anima per un edonismo di comodo e un profitto
aleatorio, ottenuti a scapito dei valori morali. Un’anima
che si nutriva di favole e miti, di metafisici umori, di
devozione e rispetto per l’umano e il divino. È questa
l’anima che cerca di ritrovare Andrea, partito da
Pasidonia prima che il progresso materialistico ne
stravolgesse la segreta armonia.
- Egli si
rende conto che non basta recuperare oggetti e reliquie
per ritrovare quell’essenza perduta, e poiché nulla lo
aiuta in tale opera di riacquisto, soprattutto i referenti
politici e morali che avrebbero il còmpito di farlo,
Andrea viene a trovarsi nella stessa condizione di
inappartenenza dell’emigrato interpretato da Manfredi.
- E cosí,
come avviene nei casi disperati in cui la scelta è tra l’alienazione
e la fede, dall’anima oppressa del protagonista erompe
una muta invocazione al miracolo. Che non verrà negato, e
sarà pegno di riscatto e redenzione per Andrea e per l’intera
comunità di Pasidonia, dolente nell’interiorità
benché gratificata in apparenza.
- Questo
libro tenta di raccontare la storia di tale miracolo.
SPUNTA
UNA LISTA
- I giorni
che seguirono la visita della troupe di Pallanza portarono
frenetiche novità. Gli articoli apparsi sui quotidiani
del gruppo Baratti, il grande reportage sulla rivista
settimanale «Scoop» e infine la proiezione del filmato
ripreso nella cripta e nella Torre, diffuso dalla rete
televisiva su tutto il territorio nazionale, ebbero, come
era da aspettarsi, un forte impatto sulla pubblica
opinione.
- Il luogo
del ritrovamento divenne quindi meta di pellegrinaggi
variamente compositi: gente di tutti i ceti e provenienze
iniziava ad affluire alle prime luci del giorno. Le visite
non terminavano che a sera inoltrata, e alcuni
manifestavano addirittura l’intenzione, sull’esempio
di quanto avviene nei luoghi di venerazione religiosa, di
pernottare accampati alla meglio lungo i vialetti del
giardino, e magari anche sugli scogli sottostanti. Era una
folla enorme, ma composta e commossa. Anche se a volte
manifestava scetticismo e diffidenza, rimaneva sempre
rispettosa mentre osservava le spoglie di Theodoro e i
reperti esposti nelle bacheche della Torre. Qualcuno
chiedeva anche di incontrare il padrone di casa,
protagonista della strabiliante scoperta. Ci furono alcuni
che, piú ardimentosi degli altri, pensarono bene di
venire alla grotta via mare, a bordo di canotti, barchette
e gommoni, che venivano ormeggiati alla meglio presso la
scogliera. Da lí i pellegrini del mare si arrampicavano
con grande rischio, sfidando le incerte balze calcaree, la
fitta macchia, o la muraglia impenetrabile dei fichi d’India.
La curiosità vinceva anche la paura di finire in mare, o
infilzati agli aculei dei cactus.
- Osservando
tutto quel frenetico movimento, Andrea non poteva fare a
meno di considerare come quel morto, lasciato per secoli
nell’oblio della caverna marina, ora si prendesse la sua
bella rivincita, richiamando tanta gente da fare
concorrenza al santuario dei martiri Cosma e Damiano su a
Poggioameno.
- La gente
arrivava, per mare o per terra, davanti allo speco dove
Ferdinando, vigile improvvisato, dirigeva la corrente dei
visitatori, in modo che da una parte entrasse, seguisse un
percorso stabilito all’interno, sostasse pochi attimi
nei pressi della nicchia con i resti del Duca e poi
velocemente e in silenzio defluisse seguendo una
traiettoria opposta a quella di entrata, cosí da non
incrociare quelli che dovevano ancora effettuare la
visita.
- Andrea,
dall’alto del terrazzo, controllava che tutto l’insieme
procedesse per il meglio. A tratti veniva assalito da un
interrogativo angoscioso, che subito ricacciava indietro:
sarebbero riusciti, lui e gli altri imbarcatisi nell’operazione
Theodoro, a cavalcare l’imprevedibile tigre della folla
che ora, sotto la spinta della curiosità, del fervore o
della devozione, sfilava disciplinata e calma ma che in un
qualsiasi momento, sollecitata da opposti imbonimenti,
poteva sbalzarli dalla groppa e divorarli?
- Anche
Fefè, che negli ultimi giorni trascorreva molto del suo
tempo alla Torre per dare una mano, se ne era uscito a un
tratto con una delle sue fantasie:
- «Lo
sapete – aveva confidato agli altri presenti, – cosa
mi ricorda Theodoro e tutta questa misteriosa vicenda?
Quel vecchio film dal titolo “La mummia vivente”, che
raccontava la storia della mummia di un faraone trafugata
da un archeologo inglese e portata clandestinamente in
Inghilterra. Ebbene, da quel momento né lui né la sua
famiglia avevano piú trovato pace. Che dico, tutta la
regione intorno alla sua villa di campagna era caduta
preda di una maledizione: morti a decine, malattie
orribili e ignote, gente che impazziva senza un motivo
apparente. Finché qualcuno non collegò i disastri con la
presenza del sarcofago rubato. Lo riportarono al suo posto
in Egitto e tutte le sventure finirono di colpo...».
- Chiara
reagí:
- «Che
vorresti dire, che adesso dobbiamo morire tutti perché
Andrea ha scoperto la tomba di Theodoro?».
- Fefè
protestò:
- «Non
intendevo questo. Penso solo che le spoglie del Duca
dovrebbero avere la loro giusta collocazione».
- Come
capitava spesso, le esternazioni di Fefè, cinico e
pessimista di natura, contenevano un’essenza di verità,
da interpretare però al contrario: da quando la grotta
aveva rivelato le spoglie di Theodoro, qualcosa di
speciale era accaduto, ma non si trattava di una
maledizione. Andrea avvertiva che le ossa del Duca ucciso
spargevano intorno non i letali umori della mummia egizia,
bensí una ventata di aria nuova che scoteva tutto e tutti
dall’interno.
-
- Tra gli
altri arrivarono anche i membri della giunta comunale, con
il sindaco Bracconeri in testa. Scesero nella cripta,
osservarono molto freddamente la nicchia e risalirono dopo
pochi minuti, chiedendo di parlare con Andrea.
- «Egregio
signor De Marinis – esordí Bracconeri col tono delle
occasioni ufficiali, – insieme ai colleghi della giunta
di tutte le forze politiche, mi auguro che quello che
abbiamo visto sia vero, per il bene di tutti. Se al
contrario, e a questo fine indagheremo approfonditamente,
si tratta di una manovra della reazione per disturbare le
imminenti consultazioni elettorali, ebbene, noi agiremo
con le armi che la legge ci accorda. Lei e i suoi amici,
chiunque essi siano, siete avvisati!».
- E dopo
questa specie di solenne ammonimento, l’intera
quadriglia dei politici, con muto sussiego, se ne andò.
Fu quella però l’unica nota stonata in un contesto di
generale approvazione ed entusiasmo.
- Giungevano
telefonate da ogni parte d’Italia e dall’estero.
Chiamarono anche i figli di Andrea, Jane ed Andy:
- «Tieni
duro, daddy – lo incitarono. – Noi siamo solidali con
te e con Theodoro. Stiamo interessando la stampa di qui
per creare gruppi di pressione».
- Quel
week-end vennero a Pasidonia anche i figli di Marcella,
Giorgio dall’Accademia di Livorno e Serena da Roma. Per
una simile occasione, Mezzatesta volle organizzare una
serata speciale al Miramare, alla quale furono invitati
anche Chiara e Fefè.
- Dopo cena
si passò a parlare di strategia:
- «Occorre
formare con urgenza il Comitato Pro Theodoro – disse il
barone. – Lo avete sentito il sindaco Bracconeri. Quella
è gente che va per le spicce. Bisogna batterla sul tempo.
Il Comitato dovrà essere formato da persone normali, non
coinvolte nella lotta politica e nella gestione del
potere, non invischiate in scandali, corruzioni e
concussioni. Insomma, gente pulita e onesta. Ripeto,
onesta...».
- Fefè, che
stava sorbendo un long drink, s’intromise con garbo:
- «Con
tutto il rispetto, caro barone, dove li trovate tipi
simili? Neanche in un convento di clausura, scusate. Si
tratta di una razza del tutto estinta nel nostro Paese,
esclusi i presenti, beninteso...».
- Come al
solito, fu Marcella a portare la soluzione giusta al
momento giusto.
- «Ma tu
– disse rivolta ad Andrea, – una volta, tanti anni fa,
non avevi un gruppetto di amici per la pelle, una specie
di brigata pronta a tutto?».
- Sotto il
suo abituale tono suadente, Marcella celava questa volta
una sottile vena di ironia provocatoria. Andrea le rivolse
uno sguardo interrogativo. Lei proseguí:
- «Ma sí,
te ne devi ricordare – insisteva, – eravate tanto
affiatati e desiderosi di avventura che una volta avevate
in mente addirittura di raggiungere in barca un’isola
sperduta in pieno Oceano Indiano».
- Fefè,
divertito, intervenne:
- «Che mi
tocca ascoltare sul conto di mio cognato! Anche la
tendenza alla navigazione transoceanica. Sentiamo,
sentiamo!».
- Il resto
della tavolata interruppe le conversazioni per concentrare
l’attenzione sui trascorsi nautici di Andrea. Questi, a
tanto interesse, si schermí con un certo imbarazzo:
- «Beh, si
trattava di una ragazzata. Avevo forse quattordici o
quindici anni. Era il periodo delle vacanze estive.
Ricordo con esattezza il nome dell’isola: Albarès.
Faceva parte di uno di quegli arcipelaghi tropicali
composti di centinaia di isolotti al largo del Madagascar.
Una delle poche che avesse abbondanza di vegetazione e
riserve di acqua naturali. Pensate, l’avevamo
individuata consultando i portolani e le carte nautiche
del padre di uno dei ragazzi della comitiva, che aveva
navigato per anni sui mercantili diretti in Oriente. Ci
affidavamo alle cognizioni acerbe di marineria che aveva
uno dei partecipanti, da poco iscritto all’Istituto
nautico. Certo, c’era tanta improvvisazione e
incoscienza, però la voglia d’avventura superava
tutto».
- Da uomo
concreto, il barone intervenne per rivolgere una domanda
pratica:
- «Ma la
barca? Per una traversata del genere vi ci voleva un
battello di una certa stazza. Come ve lo siete
procurato?».
- «Era
tutto predisposto. Ci eravamo accordati per prendere a
nolo una delle grandi paranze che si affittavano ai
forestieri per l’estate. E con la scusa di fare una
battuta di pesca, avevamo caricato a bordo tutta la
strumentazione e le vettovaglie».
- «Chi l’avrebbe
mai detto! Un cognato bucaniere e corsaro dei mari –
insinuò con malizia Fefè. – Eh, sí! Perché da quanto
ho capito, la barca non l’avreste mai piú riportata al
proprietario!».
- «E chi lo
dice? Dopo qualche tempo, questo era nei progetti, saremmo
tornati ricchi sfondati. Perché su quell’isola avremmo
sicuramente trovato ambra grigia, spezie e pietre
preziose. Bastava scavare e raccogliere. E una volta di
ritorno ne avremmo comprate cento di paranze».
- «Già,
perché voi contavate non solo di arrivarci, ma anche di
ritornare carichi di tesori!» commentò Chiara
sarcastica.
- Di nuovo
il barone intervenne in tono risolutivo:
- «E poi,
come andò a finire?».
- A quel
punto tutta la tavolata era tesa alla conclusione della
vicenda.
- «Andò a
finire – riferí in tono sbrigativo Andrea, – nel solo
modo possibile. Le famiglie entrarono in allarme quando
non ci videro rientrare a casa la notte. E in agitazione
profonda piombò soprattutto Biagino, il proprietario
della paranza, non vedendo riportare l’imbarcazione,
come convenuto con i sedicenti pescatori di totani.
Vennero avvisati i carabinieri e questi girarono la
denuncia alla Capitaneria di porto. Ci bloccarono verso il
mezzogiorno dell’indomani, quando stavamo per doppiare
la punta Nicosa e uscire dal golfo. Naturalmente, poco
credettero alla versione della deriva causata dal vento.
Il vario e cospicuo materiale che avevamo a bordo non
giustificava affatto una battuta notturna di pesca. Ma
neppure lasciò intuire alle guardie il vero scopo della
spedizione. La notorietà comunque non mancò. Sulla
spiaggia attendeva una folla di parenti e amici, oltre, s’intende,
a Biagino, combattuto tra la collera e l’orgoglio di
quell’inatteso ruolo di protagonista. Per questo, forse,
si limitò a intascare un congruo noleggio, senza sporgere
denuncia».
- «Devi
ringraziare gli addetti alla Capitaneria, caro cognato –
sentenziò gravemente Fefè, – perché, senza il loro
intervento, chissà dove sareste approdati... o
affondati!».
- «Chi lo
può dire – s’intromise benevolo l’avvocato Carossa
a difesa di Andrea, e forse con qualche rimpianto per la
sua gioventú. – A quell’età si è capaci di tutto.
Magari a quell’isola ci sarebbero arrivati sul serio!».
- «Sí, in
bocca a qualche squalo!» insistette macabro Fefè.
- «Comunque
– riprese a dire Mezzatesta, – sarebbe in grado di
contattarli, Andrea, quei suoi amici di allora? Se a quel
tempo erano disposti a rischiare tutto con lei, forse oggi
potrebbero darle una mano per il Comitato Pro Theodoro.
Che ne dice?».
- «Per
quanto strano possa apparire – si giustificò l’interpellato
con imbarazzo – da quando sono tornato dall’America
non li ho ricercati».
- S’intromise
la voce di Marcella:
- «Ecco qui
la lista completa, con nomi e indirizzi».
- Andrea era
turbato, ma provava anche una leggera forma di
compiacimento vedendo che Marcella conosceva molti
dettagli della sua vita passata.
- Il barone
si avvicinò ad Andrea e, mentre gli poggiava una mano
sulla spalla, con il suo sguardo magnetico lo fissò,
chiedendogli deciso:
- «Allora,
amico mio, se la sente di cominciare subito domattina a
ricomporre la ciurma? Abbiamo poco tempo, lei lo sa meglio
di me. Bracconeri non ci darà tregua, e poi lui ha una
barca con piú vogatori della nostra. Dobbiamo fare in
fretta, muoverci prima».
- L’altro
annuí con un cenno del capo.
-
- Piú
tardi, quando Andrea si trovò per un attimo solo in
disparte con Marcella, le chiese:
- «Adesso
devi spiegarmi come...», ma lei lo interruppe facendo
apparire dalla sua borsetta un quadrato di carta
azzurrina. Sotto gli occhi di lui lo svolse, e il quadrato
si trasformò nel rettangolo di una lettera.
- «Te la
ricorderai, spero» disse Marcella fissandolo con aria di
sfida, e gli porse il foglietto.
- «Ma
questa è la mia calligrafia, è una lettera mia!».
- «Una
delle tante che allora mi mandavi. Come ti ho già detto,
le ho conservate tutte. Questa però occupava un posto d’onore,
era importante. Mi confessavi che stavi partendo per
sempre e che mi amavi come non avresti mai piú amato un’altra
donna nella tua vita. È stato veramente cosí?».
- Andrea non
rispose. Era intento a leggere quelle ingenue righe
tracciate tanti anni prima. C’erano tutti i nomi dei
suoi amici imbarcati in quella folle avventura, anche i
nomignoli e le loro manie personali.
- «Non mi
hai ancora risposto...» insistette lei. E Andrea, con
calma:
- «L’amore
è quello che si vive giorno per giorno. Allora io e te
non ci frequentavamo neppure. Credo di averti toccato una
sola volta fisicamente, per caso, all’entrata della
scuola, perché pioveva e c’era ressa. Tu, come al
solito, non te ne accorgesti neppure. Ma io restai come
stordito per tutta la giornata a pensarci su. Stordito ma
felice, perché ti avevo sfiorata, avvertendo di sfuggita
il tuo profumo».
- Dopo un
breve silenzio, Andrea riprese:
- «Vedi, tu
hai amato tuo marito e io mia moglie, perché hanno diviso
con noi le gioie e i dolori della vita, ci hanno dato una
mano per rendere piú facile il cammino».
- Di nuovo
tacque, poi, prendendole la mano, esclamò con tono piú
sicuro:
- «Ma
quello che conta adesso è il presente, è che ti ho
ritrovata e che ci amiamo».
- «Sí, hai
ragione – concordò Marcella, volgendo verso di lui il
volto sereno e determinato. – Pensiamo al presente e all’impresa
che ci attende. Domani dobbiamo occuparci del Comitato, è
la cosa piú importante».
- «No, del
Comitato mi occuperò io. Tu invece starai coi tuoi
ragazzi. Li accompagnerai alla Torre a vedere la casa, le
mie anticaglie e soprattutto Theodoro. Poi pranzeremo
tutti insieme. I miei amici, preferisco contattarli da
solo. Credo sia meglio. Ti confesso che non so neppure
come reagiranno alla proposta. Ormai saranno degli
argonauti alquanto stagionati: già allora non scherzavano
in fatto di carattere riottoso!».
- «Adesso
come allora – commentò Marcella, – devi accordare
loro la necessaria comprensione per chi s’imbarca sulle
rotte dell’ignoto».
SI
RICOMPATTA LA CIURMA
- Dopo aver
navigato con alterna fortuna i mari burrascosi della vita,
i prodi nocchieri della mancata conquista di Albarès si
erano tutti arenati nel ristretto spazio che comprendeva
il lungomare, la piazza grande e un paio di vicoli
laterali che dal centro conducevano al porto.
- Chi aveva
osato di piú nei suoi peripli esistenziali era stato
Peppino Savasta, detto “ ’o Francese”. Invaghitosi
di una parigina venuta a Pasidonia con uno dei tanti
gruppi culturali estivi, l’aveva seguita in Francia e
qui se l’era sposata, scoprendo subito però che la
fragile, sofisticata, all’apparenza angelica creatura,
nascondeva dentro una donna dall’ambigua personalità,
che conduceva una doppia vita. Nel volgere di pochi mesi,
da una tranquilla esistenza di vitellone di provincia
Peppino si era visto proiettare in un vortice di
mondanità sfrenata, frequentando l’entourage della
bella Jasmine, cosí si chiamava la moglie. Traffici poco
chiari, amicizie equivoche. Finché una sera Peppino non
venne preso, nel corso di una retata della polizia
francese, in un lussuoso château alla periferia della
capitale, che risultò essere, invece, un centro per lo
spaccio della droga e forse punto di smistamento della
tratta delle bianche. Benché apparisse abbastanza
lampante agli inquirenti francesi che Peppino era il
classico pollo coinvolto in un gioco piú grande di lui,
pure gli fecero passare ben sei mesi nelle prigioni
parigine. Scontata la pena, con la moglie ancora dietro le
sbarre, senza un lavoro, si mise a fare di tutto: dal
muratore al barbiere, dal cameriere al buttafuori in un
bistrò della Rive Gauche. Il locale si chiamava “Jolie
môme”, termine che in argot, il dialetto parigino, sta
a definire una bella ragazza. Questo nome, un modesto
gruzzolo di franchi e un gran barbone da “peintre maudit”,
fu tutto quanto Peppino riportò dalla sua avventura
francese. Tanto per darsi un pretesto di vita attiva, mise
su una boutique di articoli per la spiaggia: costumi,
borse, occhiali, sandali, e sul frontespizio del piccolo
locale appese una targa di legno dipinta a mano col titolo
“Jolie môme” con accanto la sagoma stilizzata della
Tour Eiffel, a memoria dei suoi movimentati trascorsi
parigini.
- Ora però,
dopo aver lottato con le donne, la polizia e le insidie
della Ville Lumière, si era imbarcato in un conflitto ben
piú letale: quello col fisco italiano. Quando Andrea
varcò la soglia del negozio, Peppino stava appunto
inveendo al telefono contro “la sanguisuga dello Stato”.
- Si
interruppe, per gratificare l’amico con un fugace gesto
della mano libera dalla cornetta, e per consentire al suo
interlocutore all’altro capo del filo di dire la sua.
Andrea riusciva a udire la voce da ectoplasma sortire
gracchiando dal ricevitore e diffondersi per il locale con
un vago ronzio da insetto molesto.
- «Vuol
dire che pagherò anche stavolta – concluse Peppino a un
certo punto, annuendo piú volte rassegnato e cercando con
lo sguardo acceso dal disappunto la solidarietà di chi
gli stava di fronte. Poi ci furono i saluti a denti
stretti e la mano che, deposta la cornetta, si tese a
stringere quella del nuovo arrivato.
- «Scusami,
era il commercialista – chiarí ’o Francese. – Sei
capitato in un brutto momento. Soldi. Tutti vogliono
soldi, tanti, sempre. Mi telefona persino di sera tardi a
casa, il dottor Maresca, per ricordarmi, non che devo
morire come i monaci trappisti, ma peggio che devo pagare,
regolare, anticipare, versare…».
- Ormai
Peppino andava a ruota libera nel suo sfogo di tartassato,
e Andrea lo lasciò fare. L’invettiva dell’amico era a
quel punto il grido di dolore di tutto un popolo, quello
italiano, costretto a tollerare da parte del fisco
prelievi che toccavano, a detta dei media, picchi esattivi
del 50 per cento e oltre.
- «Ma non
basta il salasso –proseguí infervorato e senza freni
né remore Peppino. – Ti costringono alla tortura di
file interminabili alle poste e alle banche per effettuare
i versamenti entro le scadenze. E guai a sgarrare. Guarda!
– Aprí un registro dalla copertina verde e lo rigirò
dalla parte di Andrea. Numeri a molte cifre riempivano
colonne e quadrettini, timbrature enormi suggellavano i
totali e i riporti. Dopo quello, Peppino ne squadernò
altri, di varie forme e funzioni. Anche qui cifre,
vidimazioni e bolli.
- «Tu
capisci, Andrea, per mandare avanti un buco di quattro
metri per sei come questo, e ricavarci un obolo per
campare alla meno peggio, mi tocca tenere una contabilità
da grande azienda. E se sbagli una virgola, se cancelli un
numero errato, devi giustificarti quasi fossi un
criminale. – Sconsolato indicò con un ampio gesto la
merce tutt’intorno: – In fondo si tratta di innocui
articoli da spiaggia… E già parlano di computer da
installare, di programmi di accounting collegati alla
rete, di esperti da pagare profumatamente…».
- La foga di
Peppino si esaurì per mancanza di fiato e di carica
emotiva. ’O Francese tacque, svuotato. Andrea gli prese
di nuovo la mano, stringendola forte, cercando di
passargli un po’ di conforto e simpatia con quel
contatto.
- «Oh,
Andrea – riprese Peppino in tono dolente, – come era
semplice la vita anni fa! La testa non si perdeva dietro a
tutti questi conti. Mi dispiace, ti ho accolto nel modo
peggiore!».
- «Se può
aiutarti – disse Andrea, – ti assicuro che è
dappertutto uguale nel mondo, persino in America. I vari
poteri che gestiscono i servizi diventano sempre piú
esosi, spietati, e non solo nel campo commerciale, anche
nella vita normale, domestica. Ti fanno pagare fino all’ultimo
centesimo per il suolo che occupi, per l’acqua che bevi,
l’elettricità che consumi, le strade che percorri».
- «Ma
allora – fece sconfortato Peppino, – non c’è
soluzione al problema?».
- «Sono
venuto giusto a offrirtene una. Magari non risolverà
tutti i guai, forse non ne risolverà neppure uno, o te ne
creerà altri, ma io te la propongo lo stesso».
- «Di che
cosa si tratta?» chiese l’altro.
- «Vorrei
che tu aderissi al Comitato Pro Theodoro».
- «Ah,
parli del Duca che hai scoperto nella Torre sotto casa
tua?».
- «Già,
proprio di quello. Ci stai? Non c’è guadagno materiale,
ti avverto. Il premio è alla fine, se tutto andrà bene.
Ti ricordi di Albarès?».
- Peppino
fissò lo sguardo nel vuoto per inseguire memorie di tanti
anni prima. Poi, sorridendo come un bambino, esclamò:
- «La
nostra isola incantata...».
- «Ecco –
riprese Andrea – esattamente come quella. Ma adesso c’è
da correre un po’ piú di rischi. Ci stai lo stesso?».
- «Quanti
siamo?» chiese distrattamente Peppino, perduto ancora
dietro ai ricordi.
- «Tu sei
il primo».
- L’altro
si riscosse, come tornando da un lungo viaggio:
- «Ci sto,
certo che ci sto. E gli altri, chi erano gli altri?
Aiutami a ricordare!».
- Andrea
nominò il resto dei partecipanti alla spedizione. Man
mano che elencava i nomi e i nomignoli di battaglia, l’amico
sorrideva. Finché Andrea non rievocò il rientro forzato
sotto scorta. Peppino allora, divenuto serio, commentò:
- «Ma forse
fu un bene...».
- «L’importante
però fu di averci provato. A quell’età certe cose
vanno fatte. È quasi un dovere» sentenziò Andrea.
- L’altro
aggiunse sottovoce:
- «Io credo
che si debbano fare a tutte le età, Andrea, anche a
novant’anni. Per sentirsi vivi. Per questo ci sto, senza
neppure sapere nulla del tuo Duca e dei rischi di cui
parli. Mi sento già a bordo della barca, con trent’anni
di meno. I suoi occhi adesso brillavano.
- «È l’unico
modo – proseguí per averla vinta sui mostri dei numeri
e delle esazioni, che vorrebbero toglierci la voglia di
vivere», e cosí dicendo richiuse uno dopo l’altro i
registri e i bollettini, facendoli sparire nell’ampio
cassetto del bancone.
- «Bravo,
Peppino! – si complimentò Andrea sorridendo. –
Facciamo trionfare la poesia e la favola sull’aridità
dei numeri. Theodoro, il duca verace, ci aiuterà in
questo».
- L’amico,
affascinato dalla seduzione operata da quelle parole,
sussurrò attraverso il suo barbone da artista maledetto:
- «Parlami
di Theodoro e del Comitato».
-
- Titino
Bonadei, detto ’a Trippa per la grossa pancia che aveva
sviluppato negli ultimi anni, non si era mai mosso da
Pasidonia, al contrario di Peppino Savasta. Dopo essersi
diplomato in ragioneria, aveva rilevato una cartoleria in
cui vendeva di tutto, anche chincaglieria e profumeria.
Una specie di bazar da posto di tappa lungo le
carovaniere.
- «Andrea
carissimo – esordí Titino, appena vide il suo vecchio
amico – ho sentito che ora ti dedichi alla scoperta di
duchi destituiti. Mi accorgo che questa attività è
salutare, perché ti trovo molto bene: snello, dinamico,
scattante. Mentre io, con questa pancia!...».
- «Se ben
ricordo, avevi un debole per la pasta e fagioli... Mi
accorgo che quella passione ti è rimasta!».
- Titino
rise divertito e la sua pancia sussultò piú volte.
- «Magari
dipendesse solo dai minestroni... – si giustificò. –
Il mio vero problema sono i clienti, soprattutto i
bambini. Quando tutti eravamo poveri, bastava un
pupazzetto di stoffa cucito alla meglio dalle donne di
casa, i pulcinella che battevano le mani, le trottole di
legno che ci facevamo da noi, gli zufoli di canna. Te li
ricordi? Bastava un niente per farci correre allegri da un
posto all’altro e la sera cadere addormentati e sognare
gli angeli che cantavano o che giocavano con noi a
sottomuro con i bottoni vecchi... Oggi i bambini vogliono
solo oggetti sofisticati, persino mostruosi. Lo sai cosa
va molto adesso? Non lo crederesti mai: il bone cruncher,
che non è altro che un mostro divoratore di altri mostri.
Se li mangia sgranocchiandoli come mio zio Raffaele faceva
con le alici fritte: se le infilava in bocca intere e,
dopo averle masticate, ne ingoiava soltanto la polpa,
sputandone la lisca e le spine. Era un fenomeno, zio
Raffaele. Noi piccoli aspettavamo che si accingesse a
mangiare le alici, e andavamo a chiamare gli amichetti del
vicinato perché ammirassero quello spettacolo. Adesso
invece, guarda – e prese dallo scaffale alle sue spalle
un giocattolo dai colori sfacciati, – questo mostro dai
denti d’acciaio stritola con una leggera pressione della
sua mascella un suo pari meno dotato di lui. Ecco, questo
vogliono, e se ti azzardi a proporre un Pinocchio di legno
è il finimondo. Quanto alle donne, poi! Sono appena
uscite due signore, madre e figlia. Mi hanno fatto
letteralmente impazzire. Hanno provato tutte le collane:
questa non andava perché era “datata”, l’altra era
“out” per il look, la terza non era firmata... Sono
andate via disgustate, come se avessi proposto loro le
perline di vetro che Cristoforo Colombo offrí ai selvaggi
delle Indie Occidentali».
- Titino
sarebbe andato avanti per un pezzo con il suo monologo, se
Andrea non lo avesse interrotto solidarizzando con le
frustrazioni e le nevrosi dell’amico. Arrivò quindi all’argomento
che gli stava a cuore:
- «Sono
venuto a proporti di far parte del Comitato Pro Theodoro
per la riabilitazione del Duca, facendo luce sulla sua
barbara fine, nell’interesse della città. Volevo sapere
se posso contare su di te. Sto contattando tutti gli altri
della spedizione marinara...”
- «Di nuovo
in rotta per Albarès? – chiese Titino con un guizzo di
eccitazione negli occhi – Di nuovo sulle onde?».
- «Non so
quale impresa sia piú ardua, se vendere una collana non
firmata a una signora bisbetica o riabilitare un duca
detronizzato. Sei libero di accettare o di rifiutare, si
capisce. Come allora. Libero di salpare o restare sul
bagnasciuga».
- Ostentando
una inattesa euforia, Titino accarezzò piú volte l’ampia
rotondità del ventre a stento trattenuta dalla camicia:
- «Eh no,
caro mio! Prima mi metti nell’orecchio il rumore della
risacca e il frusciare delle palme sulla spiaggia di
Albarès e poi mi dici che sono libero di restare a terra.
Ma di quale libertà parli, di questa?» e indicò, con un
ampio gesto sconsolato, gli scaffali ingombri di un
eterogeneo, variopinto bric-à-brac.
-
- Terminata
la stagione estiva, Enzo Doria, detto “’o Principe”,
non si alzava mai prima delle dieci del mattino. Questa
sua inclinazione al buon dormire non gli veniva dalla
pigrizia, quanto piuttosto dal fatto che la sua famiglia
gestiva, da generazioni, i bagni a mare. Gli stabilimenti,
montati su palafitte di legno, offrivano ai villeggianti
il comfort di cabine e spogliatoi dipinti in allegri
colori, e sull’arenile ombrelloni e sedie a sdraio,
dagli inizi di marzo a tutto settembre. Era un’attività
questa che, per il periodo della sua durata, non concedeva
tregua, permettendo scarso e fugace riposo. Questo si
riduceva, per lo piú, a pennichelle rubate allo scarso
tempo libero lasciato dall’incessante lavoro sulla
spiaggia, al bar e intorno alle cabine.
- Iniziata
in forma blanda con l’avo di Enzuccio, la necessità di
sonno si era andata radicando sotto forma di sgradita
sindrome nel padre, divenendo con lui una vera e propria
malattia. Unico rimedio, inutile dirlo, dormire. Per cui,
terminata la stagione, Enzuccio sull’esempio degli orsi
canadesi cadeva semplicemente in letargo e, fatta
eccezione per i pasti, le impellenze fisiologiche e
qualche faccenda domestica di particolare gravità, non si
staccava dal suo letto fino all’arrivo della primavera
successiva. Il titolo di Principe glielo avevano
affibbiato gli amici, in quanto era prerogativa dei
nobili, nel buon tempo antico, di alzarsi a giorno
inoltrato.
- Quando
Andrea si recò a trovarlo, la moglie di Enzo, Rosa, gli
disse con aria apprensiva:
- «Speriamo
che non si spaventi!».
- «E
perché dovrebbe spaventarsi?» osservò stupito Andrea.
- La donna,
mentre lo precedeva verso la camera da letto, gli spiegava
il problema parlando sottovoce, come una conversa in un
monastero di clausura:
- «Enzuccio
è rimasto impressionato dall’ultimo terremoto. Dormiva
talmente sodo che non l’ha sentito, e nessuno è
riuscito a farlo scendere dal letto. Anche perché,
capirai, con tutto il fuggi-fuggi, pure noi a un certo
punto siamo corsi per strada, scappando, non mi vergogno a
dirlo, come lepri. Quando Enzuccio ha saputo del pericolo
che aveva corso, ha avuto un “trauma di ritorno”,
cosí l’ha chiamato il neurologo. Pare che sia una paura
piú forte di quella immediata, presa lí per lí mentre
una certa cosa ti sta succedendo. E adesso...».
- Poiché
erano arrivati presso la camera, la donna s’interruppe
per un attimo, poi aggiunse:
- «Beh,
adesso lo vedrai da te».
- Andrea
vide che si trovavano in fondo al corridoio dove c’erano,
se ben ricordava, la dispensa e il ripostiglio che davano
sul retro, dalla parte del giardino.
- «Ma qui
non ci dovrebbero essere le camere da letto» osservò.
- «Hai
ragione – rispose la donna, – vedo che hai buona
memoria. Infatti le camere da letto vere e proprie sono
rimaste a metà del corridoio e danno sulla strada
maestra, a un’altezza di otto metri e passa. Troppo alto
per buttarsi di sotto».
- Andrea non
capiva.
- «Come
sarebbe, buttarsi di sotto? Chi dovrebbe farlo, e
perché?».
- «Nessuno,
nessuno – tentò di chiarire, bisbigliando concitata la
donna – almeno in tempi normali. Ma quando c’è un
terremoto come quello dell’ultima volta, non so se mi
spiego...».
- Cadde un
imbarazzato silenzio tra i due, poi Rosa proseguí in un
sussurro:
- «Insomma,
caro Andrea, Enzuccio è rimasto talmente impressionato
che ha voluto spostare la nostra camera da letto qui, dove
una volta c’era la dispensa. In maniera che, se succede,
lui si può catapultare dal letto diritto fuori nel
giardino. Sono appena tre metri e si finisce nella terra o
su una pianta di limone. Lui dice che con un po’ di
fortuna, cadendo bene, uno se la cava. Al massimo può
rimediare una sbucciatura al ginocchio, una slogatura o un
bernoccolo in testa. Per ogni evenienza, comunque, tiene
anche una corda a portata di mano...».
- Andrea,
strabiliato, avrebbe voluto chiedere a Rosa maggiori
dettagli sulla faccenda, in particolare se anche lei, in
caso di terremoto, sarebbe saltata dalla finestra
seguendo, come vuole la regola coniugale della buona e
della cattiva sorte, il marito nevrotico. Ma non fece in
tempo a parlare perché intanto lei, con circospezione,
premendosi l’indice sulla bocca a intimare cautela e
silenzio, spinse la porta della camera da letto ex
dispensa. Andrea si aspettava un locale al buio completo,
invece notò che una lampada fioca, di quelle che si
tengono accese nelle camere dei malati gravi negli
ospedali, irradiava intorno un lucore giallognolo. Cosí
poté vedere ben distintamente Enzuccio steso sul letto, e
la corda: un lungo canapo da ormeggio, un capo annodato a
una chiavarda di ferro murata sotto la finestra, e l’altro
arrotolato presso il letto, pronto per essere lanciato
fuori in caso di fuga.
- «Enzú
– chiamò a mezza voce Rosa, nella penombra sinistra –
ci sta il tuo amico Andrea, svegliati!».
- Un
grugnito fu la risposta. Di nuovo la donna ripeté:
- «Su,
alzati, ci sta Andrea. Ti deve parlare» e per raggiungere
piú rapidamente lo scopo, afferrò un piede del marito
che fuoriusciva dalle lenzuola, tirandolo. Enzo si
sollevò di scatto e, rimanendo seduto in mezzo al letto,
rivolse subito gli occhi sbarrati al lampadario. Non
vedendolo oscillare o sobbalzare, si tranquillizzò.
- «Scusami,
Enzo – disse subito Andrea, – non avrei voluto
disturbarti, ma si tratta di una cosa della massima
importanza e urgenza. Riguarda Theodoro. Avrai letto sui
giornali, avrai sentito alla radio e anche alla TV...».
- Rosa
scosse la testa:
- «Lui in
questi giorni, da adesso fino a marzo prossimo, è come se
vivesse su un altro pianeta. Inutile fargli domande del
genere».
- Enzuccio
ritrovò un po’ del suo passato smalto. Si rivolse all’amico,
sempre restando nella stessa posizione, ancora in
semiletargo:
- «Certo
che non sei cambiato affatto. Venivi a svegliarmi alle sei
del mattino, allora, per andare a fare le tue gite, e non
hai perduto il vizio. Che niente niente vuoi ricominciare
adesso con le avventure verso i paesi ignoti e lontani?».
- «Vedo che
la memoria non ti si è affievolita a furia di dormire. Ti
ricordi ancora di Albarès?».
- L’altro
si ravvivò:
- «Se me ne
ricordo! Per fortuna arrivò la Capitaneria, altrimenti
chissà come saremmo finiti!».
- Tacque per
qualche attimo poi, puntando un dito contro Andrea,
aggiunse:
- «Non mi
dire niente. Lo so perché sei venuto qui a svegliarmi:
vuoi che mi unisca a te per fare quel tuo Comitato, quello
del referendum a favore di Theodoro...».
- «Per
essere uno che dorme e che non raccoglie informazioni, ne
sai già molto...» rise divertito Andrea.
- Enzo
abbozzò un’espressione maliziosa:
- «Sí,
dormo, ma le notizie che contano, quelle non mi sfuggono,
e per un avvenimento eccezionale come il ritrovamento di
Theodoro, non c’è sonno che tenga!».
- «Non
vorrai continuare a parlare stando a letto!» s’intromise
Rosa con aria di rimprovero.
- Riluttante,
Enzo si alzò, bevve un caffè e, dopo una chiacchierata
di un quarto d’ora, anche lui era reclutato.
- Prima di
lasciarlo, Andrea non poté trattenersi dal ritornare sul
particolare che piú lo aveva colpito:
- «Dimmi un
po’, Enzo, questa faccenda del terremoto, conti di
risolverla in qualche modo?».
- L’altro
rispose con serietà:
- «Vedi,
Andrea, questo è un argomento tabú, non perché mi
secchi parlarne, e poi tu sei un amico. No, il fatto è
che non so come spiegarlo, è piú forte di me. Mi capita
però solo quando sto a letto, quando sto in piedi,
invece, sono perfettamente normale. Il medico dice che per
togliermi lo choc ci vorrebbe un’altra esperienza
simile, per ottenere la “rimozione d’angoscia”… Ti
ripeto quello che dice lui».
- «Se ho
ben capito, dovresti prenderti un’altra paura uguale a
quella passata, per guarire».
- «Ecco –
ammise Enzo – piú o meno questo. Ripetere l’esperienza
che ha originato il trauma. In poche parole, Andrea mio,
ci vorrebbe un altro terremoto...».
- Intervenne
sarcastica la moglie:
- «Eh già,
noi adesso facciamo voti alla Madonna di Pompei perché ci
mandi un bel sisma del nono, decimo grado della scala
Mercalli, con movimenti sussultori, ondulatori e
vibratori, cosí il povero Enzo Doria, mentre il mondo
crolla e la gente muore a migliaia, riesce a rimuovere la
causa del trauma!».
- «Quanto
sei esagerata! Il neurologo parla solo in termini tecnici.
Non si occupa di miracoli».
- «Per
fortuna nostra!» aggiunse ostinata Rosa, che volle avere,
com’era suo solito, l’ultima parola.
-
- Dopo Enzo
Doria, fu la volta di Vittorio Caporaso, detto “’o
Lampione” a causa della sua lucida pelata rossiccia. Ora
gestiva l’agenzia di viaggi “Globetrotter
International” nel vicolo di Porta Marina, ma si
occupava anche di camere in affitto, cambio di moneta e,
per arrotondare, teneva i conti di alcuni alberghi. Aveva
tre figli, un paio di spessi occhiali da miope e sotto
questi esibiva, quando rideva, una chiostra di denti
gialli per il fumo che vi transitava in permanenza. Andrea
ebbe il sospetto che gestisse anche una bisca clandestina,
ma era solo un’impressione. Tutto dipendeva forse dalla
particolare atmosfera che si respirava nei locali dell’agenzia.
Dal mare irrompevano odori gravati di salsedine, che
percorrevano corridoi e stanze, sprigionando dai vecchi
mobili sottili vapori di muffa. Vuoi per questi umori vuoi
per la figura del proprietario, la Globetrotter
International ricordava una taverna d’angiporto, uno di
quei posti ai margini della civiltà dove, nei tempi d’oro
della navigazione a vela, si coordinavano operazioni di
contrabbando di rhum e tabacco, oltre al reclutamento
forzato di marinai per le navi che partivano senza alcuna
speranza di ritorno.
- Vittorio
accettò la proposta di Andrea, sfoggiando un sorriso da
Budda cinese di vecchio avorio.
-
- Venne poi
il turno di Gerardo Scuotto, detto “’o Suffritto”.
Gerardo aveva studiato da geometra, ma ora gestiva un
motel con annesso night club e discoteca. Era la vecchia
bettola di suo nonno che un tempo dava da mangiare ai
carrettieri di passaggio e che lui aveva trasformata,
rietichettandola. Un tempo la chiamavano semplicemente “da
’o Capitano”, perché il nonno comandava una tartana
di dodici metri che si spingeva fin oltre la Punta Nicosa
per la pesca d’altura. Adesso Gerardo dirigeva il suo
“Acapulco Buffet Night Disco and Fast Food” con piglio
nuovo, che faceva tanto Las Vegas.
- Il motel
affacciava direttamente sulla strada rotabile che seguiva
la Costa fino a Portoreale. Subito dopo l’abitato, il
serpentone di curve e cunette si distendeva in un breve
rettilineo. Qui, a sinistra della carreggiata, era stata
installata una pompa di benzina. Sulla destra, lato mare,
uno slargo adibito a parcheggio fungeva da invito all’edificio
che ospitava il motel e la discoteca. Un tempo al posto
dell’asfalto c’erano ghiaia e terra battuta. Non di
rado, nei giorni di burrasca, mancando ancora il
frangiflutti di cemento costruito in seguito, il mare
scavalcava l’incerto baluardo di scogli bassi e sabbia e
invadeva il cortile della taverna gestita dal nonno di
Gerardo. Ma nessuno ci faceva caso, né il nonno né sua
moglie, una donna forte e autoritaria. Tantomeno se ne
preoccupavano i carrettieri che facevano sosta per
rifocillarsi e far bere i cavalli. Coprivano il carico con
ruvide cerate e gli animali con stracci di fortuna per
ripararli dal salino che si scioglieva nell’aria,
nebulizzandosi.
- Andrea,
arrivando nello slargo, notò alcune ragazze che sostavano
nel piazzale, quasi a ridosso della sede stradale. Si rese
conto che facevano parte di una lunga fila che partendo
dalla strada finiva all’ingresso della discoteca. Al
centro dell’edificio invece una vistosa porta a vetri
anodizzata immetteva direttamente nel motel. Andrea vi
entrò attraversando poi il vestibolo maiolicato.
- «Buongiorno,
desidera?» chiese un giovane in abito scuro, ritto dietro
il bancone del ricevimento.
- «Buongiorno!
– ricambiò il nuovo arrivato. E poi: – Sto cercando
il proprietario».
- «Padre o
figlio?» domandò l’altro.
- Dopo un
attimo di esitazione, Andrea rispose citando nome e
cognome del suo amico.
- «Allora
il padre – confermò il giovane, con una vena di
sufficienza nella voce – Venga con me, l’accompagno
io».
- Mentre si
incamminavano, squadrò incuriosito Andrea.
- «Per caso
– s’informò, –si occuperà della scenografia?...
Viene da Napoli?».
- «No –
fu la secca risposta. – Io abito qui, a Pasidonia».
- «Strano
– fece l’altro, – non mi sembra di averla mai
incontrata... Ecco, quello è l’ufficio del signor
Scuotto» e indicò una porta in fondo al corridoio.
- Mentre vi
si dirigeva, Andrea poteva udire, provenienti dalla
discoteca, le dissonanze di una musica rock: da queste
emergevano i colpi secchi delle percussioni sonate con
violenza e i suoni lamentosi delle tastiere. Su tutto,
alternandosi al frastuono degli strumenti, una voce
stentorea scandiva ordini a invisibili ballerini, o meglio
ballerine, dedusse Andrea, ricordando le ragazze che si
pigiavano in fila all’ingresso della discoteca sul
piazzale.
- «Andrea
carissimo, da quanto tempo, e che onore!».
- L’amico
si alzò di scatto dalla poltroncina che occupava dietro
la scrivania lucidissima. Gli venne incontro sfoggiando un
largo sorriso, poi lo abbracciò, e prima che Andrea
avesse il tempo di organizzare una strategia di
convenevoli soggiunse:
- «L’americano!
Cosí ti chiamano adesso, è vero?».
- Lo fece
accomodare.
- «Vuoi
bere un drink?» incalzò, e prima che il nuovo arrivato
potesse acconsentire o rifiutare, Gerardo pigiò rapido un
pulsante sul ripiano della scrivania.
- Apparve un
cameriere in camicia bianca e pantaloni neri trattenuti in
vita da un’ampia fascia elastica.
- «Gennaro,
per favore, portaci due bitter. – Poi, rivolto ad
Andrea: – Ti va bene o vuoi un’altra cosa? Magari un
whisky... Voi americani, lo so, lo bevete a tutte le
ore».
- «Non io!
– chiarí subito Andrea. – Un bitter va bene». Poi,
dopo un attimo, chiese: «Chi sono tutte quelle ragazze
all’ingresso del locale?».
- L’amico
si agitò sulla poltrona e spalancò gli occhi scurissimi,
mentre poggiava le mani sulla scrivania, abbrancandola con
vigore.
- «Hai
visto che classe? Sai, è un’idea di mio figlio
Sandro... Dice che l’anno prossimo vuole rinnovare il
locale. Non piú liscio, easy listening e soft, roba
antica, dice lui, passata di moda. Il “Sibilla”, la
discoteca nostra concorrente, quest’estate si è
lanciata con la musica techno e la black. Ma noi faremo di
piú – si arrestò, quasi volesse preparare Andrea alla
strabiliante notizia, – noi l’estate prossima faremo
furore con le cubiste geishe: dieci splendide ragazze dai
quindici ai vent’anni, non oltre, bada. Balleranno sui
cubi multicolori e nelle gabbie dorate, sotto sciabolate
di raggi laser, al ritmo della nuova danza, il Barochan.
Sai cosa significa?» e qui lo sguardo dell’amico tentò
di farsi malizioso. Fece seguire un “Eh eh” allusivo
mentre con la mano sottintendeva chissà quali
implicazioni trasgressive. Poi tacque trattenendo la
rivelazione sospesa a mezz’aria, in attesa che lo
stupore e la curiosità lievitassero nella mente del
visitatore. Non rilevando alcuna reazione degna di nota,
precisò:
- «Significa
“Lasciamoci andare”. Ti garantisco che sbancheremo il
mercato notturno della Costa».
- In quel
momento arrivarono i bitter.
- «Ma cosa
c’entrano le geishe?» provò a chiedere Andrea, ora che
la foga dell’amico si era in parte calmata.
- «Ah, le
geishe! Ma sono, come tu sai, le entreneuse giapponesi. Le
nostre, tra un’esibizione e l’altra, gireranno tra i
tavoli e con un sorrisetto, una strizzatina d’occhio,
convinceranno i clienti a passare dai soft drink alla
vodka, al bourbon, allo champagne. L’idea di mio figlio
è che vadano impegnate al massimo, per tutta la serata,
senza tempi morti. Solo cosí rendono e invogliano i
clienti a tornare»
- «Ma sono
ragazze giovanissime, quasi bambine!» obiettò
sconcertato Andrea.
- In Gerardo
un certo imbarazzo prese il posto dell’euforia.
- «Sí, hai
ragione – ammise, – quasi bambine. È quello che anch’io
ho detto a mio figlio. Ma lui mi ha risposto, molto
cinicamente per la verità, che il cubo e la gabbia sono
meglio della futura disoccupazione e del marciapiede. Sono
tutte ragazze che studiano, alcune anche diplomate, di
buona famiglia, che cercano di assicurarsi un avvenire. Le
entrate nelle famiglie sono quelle che sono... poi i
mutui, le tasse... e allora le ragazze ci provano.
Chissà, magari una sera, tra il pubblico che frequenta
gli spettacoli, potrebbe capitare un talent-scout, un
produttore cinematografico, magari un anchor-man
televisivo, chi lo può dire?...».
- «Ma
adesso, che fanno tutte in fila là fuori?» chiese Andrea
interrompendo l’amico.
- «Un’audizione,
– chiarí quasi con un sospiro l’altro. – Sandro e
il coreografo fanno le selezioni per scegliere le
migliori, le piú adatte. Perché vedi, non basta il
fisico, secondo mio figlio, ci vuole qualcosa dentro... Mi
capisci, no? Quel certo quid che smuove, seduce. E ci
vuole un occhio esperto per coglierlo, specie nelle
ragazze acerbe, alle prime armi...».
- L’amico
si fece pensoso, poi riprese:
- «Vedi,
mio figlio ha frequentato l’inverno scorso i locali alla
moda piú prestigiosi di Roma, le discoteche dei vip, i
loft piú in della capitale, dove s’incontrano stilisti,
modelle, attrici e nobildonne. Lui sí che ci sa fare, io
non riesco a stargli dietro! È un’altra generazione,
hanno sogni diversi, piú concreti. Noi sognavamo isole
perdute, questi invece se le creano qui, subito, senza
rischiare, le isole».
- Il tono
dell’amico da entusiastico s’era fatto amaro, e
mostrava il suo reale stato d’animo dietro il glamour
sfoggiato fino a quel momento. Non fu perciò difficile ad
Andrea coinvolgere anche lui nell’impresa.
-
- Chiudeva
la lista dei reclutati Guglielmo Pappalardo, detto “Abbondanza”,
ultimo discendente di una sanguigna schiatta di salumieri.
A suo tempo si era occupato dell’approvvigionamento
alimentare della spedizione ad Albarès e aveva imbarcato
una cesta intera di gallette e due grosse forme di
pecorino stagionato, creando non pochi problemi di spazio
a bordo. Iniziati gli studi per diventare avvocato, alla
morte del padre, pur continuando a dare esami saltuari e
sempre piú radi, si era dovuto occupare di prosciutti di
Norcia, caciotte pugliesi e provoloni di Gragnano. Ma
accanto a questa attività che non lo gratificava piú di
tanto, nutriva il suo grande hobby, la sua vera passione:
dirigeva il Club Azzurro “Ciuccio fa tu”, e quando la
squadra del Napoli giocava, fosse inverno o estate, con
pioggia o vento, in Italia o all’estero, Guglielmo
avviava la schiera degli iscritti verso la tenzone contro
le tifoserie avversarie.
- Mostrò
con orgoglio ad Andrea le panoplie appese al muro del
negozio, a far capolino tra salumi e caciocavalli: gli
stemmi, gli stendardi, le coppe e i gagliardetti. Alla
proposta per il Comitato Pro Theodoro, garantí con
solennità:
- «Il
nostro Club non si tirerà indietro neppure davanti a
questa battaglia. Theodoro, il Duca verace, il martire e l’eroe,
avrà tutto il nostro appoggio. Parola d’onore!».
-
- Dopo la
tornata delle consultazioni e dei reclutamenti, Andrea
fece ritorno alla Torre. Era stanco ma soddisfatto, pieno
di emozioni diverse e contrastanti. Gli amici che aveva
rivisto erano uomini con i loro difetti, le umane paure,
le grandi ambizioni e frustrazioni. Alcuni erano
disillusi. Ma tutti avevano detto di sí, senza pensarci
due volte. Questa, concluse, era l’impressione che
emergeva tra tutte e lo rincuorava. Aveva scoperto dentro
ognuno degli argonauti mancati, ritrovati dopo tanti anni,
la gemma nascosta che si può chiamare in tanti modi:
senso della giustizia e della libertà, o aspirazione
verso un ideale di bellezza che si vorrebbe realizzare.
Quella gemma, mancando stimoli dall’esterno, può anche
opacizzarsi fino al punto da somigliare a un fossile
amorfo, piú che a una pietra preziosa. Basta però una
scintilla, un baluginare di luce che la raggiunga, e
subito si mette a irradiare le sue magiche iridescenze, a
dispetto dei registri e dei provoloni di Gragnano.
UNA
CONVERSione
- La luce
della Costiera aveva una sua qualità che variava a
seconda delle stagioni. Lo spettro luminoso, partendo
dalla dominante color turchino, seguiva un ciclo di
maturazione composto di varie fasi cromatiche: durante l’inverno
la luce stagnava in un letargo di toni rosa e argento,
percorsi dai brividi ramati dei crepuscoli, come un
esotico e prezioso vermeil. A primavera, la luce mutuava
dalla rinnovata germogliante vegetazione acerbi riflessi
linfatici, diventava suscitatrice di sensazioni inquiete,
di euforiche speranze, alimentando inesprimibili empiti
interiori. Poi con l’estate i colori arrivavano alla
loro pienezza: si caricavano di tutti gli umori emanati
dagli elementi naturali: un lussureggiare di ori, porpore,
smeraldi, uno sfavillio di riverberi nell’incessante e
inesausto gioco che acqua, luce e materia intrecciavano
nella prorompente vitalità del paesaggio. Fervore e
completezza che si trasferivano nei temperamenti,
facendoli esplodere in una disinibita corporeità, quasi
che gli esseri umani, in sintonia con la natura, si
lasciassero andare a uno scatenato saturnale nel quale
bruciare energie fisiche, psichiche e pulsioni
sentimentali sull’altare di una esigente divinità
fescennina.
- Quando poi
il sacrificio era compiuto e la divinità appagata, quando
finalmente l’umana frenesia estingueva i suoi residui
fuochi, ecco arrivare settembre, prologo dell’autunno,
con la sua luce di verità, né troppo intensa per ferire
lo sguardo né troppo cupa per intristire, ma chiara nella
sua radianza, gentile al contatto sulla pelle, delicata
nel passare dall’esterno e raggiungere l’anima
attraverso le pupille, toccare il cuore, la mente, indurre
gli uomini alla serena considerazione delle cose e di se
stessi. Tutto, in quella declinante luminosità ormai
liberata da ogni forzatura cromatica, appariva cosí com’era.
Sulle spiagge sgombre da invadenti e sfacciate anatomie
unte all’olio di cocco, da pallonari estemporanei, da
volgari praticanti di gavettoni, finalmente tornavano piú
armoniose presenze umane, fragranze e umori recuperati dal
tempo. Strade e piazze del paese riprendevano i bonari
contorni e connotati di una familiare scenografia.
Insomma, si ritornava a un piú armonioso ritmo di vita.
- Quella
luce settembrina di verità e temperanza di toni cominciò
a filtrare dalle persiane socchiuse, illuminando la
scrivania del professor Ignazio Filangieri: un vero campo
di battaglia, ingombro di carte, tomi, fogli con appunti,
ritagli di giornale.
- Ogni anno,
terminate le lezioni all’Istituto Tecnico Turistico dove
insegnava storia e letteratura da oltre vent’anni, il
professore si rifugiava nell’abbaino, adattato a studio,
del casaletto rustico in cui abitava con l’anziana
madre. Lí, nella quiete dei giardini di agrumi, tra i
mille odori che venivano dalla terra, confortato dal
cinguettio degli uccelli il giorno e dal frinire dei
grilli la notte, il professore tentava di riscattare la
sua cultura umanistica scrivendo un libro. Il suggerimento
gli era arrivato dal preside dell’Istituto, Domenico
Losurdo, che lo aveva convocato all’inizio dell’ultimo
trimestre.
- «Professor
Filangieri – gli aveva detto, – se la sentirebbe di
scrivere un saggio sulle Crociate?».
- «Ma
signor preside – aveva obiettato lui, – credo che non
ci sia un tema piú usato e direi abusato di quello che mi
propone...».
- L’altro
aveva sfoggiato un sorrisetto enigmatico:
- «Ma io le
parlo di Crociate viste in un’ottica molto
specialistica, inedita...».
- Filangieri
aveva scosso la testa:
- «Senza
volerle sembrare saccente, ritengo che le Crociate siano
state viste, esaminate e vivisezionate in ogni loro
aspetto, da quelli piú palesi e positivi a quelli piú
inquietanti e scabrosi».
- «Sí, ma
non in quello collegato alla nobiltà di questa
regione...».
- «Intende
riferirsi alla partecipazione delle casate nobili di
Pasidonia e dintorni alle varie spedizioni?».
- «Proprio
cosí. E se ne viene fuori un lavoro serio – e di questo
sono certo date le sue qualità, – lo faremo adottare
come libro di testo nelle nostre classi, e chissà, con l’intervento
del Provveditore, anche in altre scuole della zona».
- La
proposta di Losurdo, operando una sottile seduzione
intellettuale, lo aveva indotto a sperare in una possibile
divulgazione del suo lavoro, e cosí, appena dopo quel
colloquio col preside, si era dato anima e corpo alla
stesura dell’opera.
- Ma ora il
bric-à-brac di carte e volumi che ingombrava la
scrivania, messo a nudo dalla sincera luminosità
settembrina, impietosamente denunciava che qualcosa non
stava funzionando nella stesura dell’opera. E Filangieri
sentiva che la causa era in lui stesso, di solito
prolifico, rapido nell’ideare ed efficiente nell’esprimere
i concetti che la sua immaginazione sapeva dettargli. L’estate
era invece passata in un continuo scrivi e riscrivi,
correggi e cancella. Qualcosa dentro di lui si era
rifiutato di collaborare, lasciando la mano tristemente in
attesa di suggerimenti, di quegli sprazzi di geniale
intuizione che però non venivano. Il tavolo da lavoro
appariva ora nel sole un grande, movimentato laboratorio,
un cantiere in cui l’architetto aveva smarrito i piani
di costruzione, oppure, avendoli, non era piú soddisfatto
del progetto e non piú convinto che si dovesse portare a
termine.
- Eppure, la
documentazione in suo possesso era di prim’ordine,
eccezionale a dir poco. L’aveva ottenuta, oltre che
dalle biblioteche locali e nazionali, dalle famiglie della
Costa discendenti dalle casate patrizie che avevano preso
parte alle varie spedizioni in Terra Santa, in particolare
alle prime tre. Documenti conservati gelosamente, come
reliquie, persino i libri dei conti, i diari di bordo, le
lettere di carico: una messe impagabile di notizie, cifre
e aneddoti. Ciò nonostante, Filangieri si era incagliato
nelle secche dell’abulia creativa. Cosa gli era
capitato?
- Uno
scampanellío lo fece riscuotere. Sua madre lo chiamava da
basso per la colazione.
- “Gesú
– esclamò l’anziana donna appena lo vide. – Ignazio
mio, sei impresentabile! Quei capelli ispidi... sembri il
brigante Schiavone! Devi andare subito da Saverio. La
settimana prossima inizia la scuola!».
- Filangieri
si avvicinò a sua madre e la baciò.
- «Buongiorno
mamma. Sí, andrò dal barbiere, lo avevo già deciso».
- «Bravo. E
come va col tuo libro?».
- Mentre
procedeva con il suo interrogatorio, la donna armeggiava
ad apparecchiare per la colazione. Dalla caffettiera
versò quindi il caffè, seguí il latte dalla lattiera di
porcellana sbreccata ma antica, si diede a spalmare burro
e marmellata sulle fette biscottate che estraeva da una
biscottiera di latta. Non ricevendo risposta dal figlio,
ripeté:
- «Ti ho
chiesto come va col tuo libro».
- Di fronte
a quell’incalzare, Filangieri estrasse dalla mano destra
chiusa a pugno pollice e indice, e dopo averli puntati in
direzione della donna a mo’ di pistola li fece oscillare
piú volte. Cercò di sembrare il meno afflitto possibile.
- «Mi sono
bloccato – ammise sbrigativo – e non mi chiedere
perché».
- Il
professore affondò una fetta imburrata nella tazza, la
vide assorbire il liquido nocciola del caffellatte fino a
spezzarsi in due. Col cucchiaino si dedicò al recupero
della porzione colata a picco nel minuscolo oceano
fumante.
- «Te lo
chiedo, invece – ribatté puntigliosa la donna, –
perché uno non può trascorrere quasi tre mesi
autosequestrandosi in un abbaino, per dire poi al mondo:
“Scusatemi, non ho concluso nulla”».
- Filangieri
volle reagire:
- «Questo
non è del tutto vero... Qualcosa ho fatto!».
- «E
cioè?».
- «Sono
arrivato alla grande pestilenza di Giaffa, tra la seconda
e la terza Crociata» annunciò esitante, e attese la
reazione.
- «Ma non
sono sei, le Crociate?».
- «Per la
verità, sono otto».
- «Ecco, lo
dicevo io – replicò lei, girandosi di lato come volesse
chiedere il consenso di un invisibile testimone, – non
hai concluso nulla!».
- Tacque per
un attimo, poi soggiunse:
- «Sono
sconcertata, da uno come te, abituato a lavorare sodo e
velocemente...».
- Filangieri
non raccolse le critiche. La sua mente, decollando a razzo
dal rettangolo della tavola affollata di chicchere e
posate, si era proiettata nel passato, in un formicolante
scenario di putridume e morte. Poi, d’improvviso, con lo
sguardo perduto dietro chissà quali apocalittiche
visioni, cominciò a parlare lentamente:
- «Sai,
mamma, le Crociate non sono soltanto le imprese dei
cavalieri senza macchia e senza paura che, spinti da
Pietro l’Eremita, andavano a liberare il Santo Sepolcro.
Nelle loro schiere si sono infiltrati personaggi senza
scrupoli, animati da avidità e spietatezza. Accanto alle
gesta esemplari ci sono state stragi, carneficine e
distruzioni ingiustificate. Le tante contraddizioni e gli
orrori che direttamente ne derivarono, come per esempio la
peste di Giaffa, mi impediscono di proseguire e concludere
con convinzione il lavoro».
- La donna,
sorpresa da quell’amara esternazione del figlio,
osservò:
- «Ma è la
storia umana, caro Amedeo! La insegni da tanti anni,
dovresti averci fatto l’abitudine. Voglio dire che non
puoi lasciarti bloccare da uno smarrimento sentimentale.
Non ha senso!».
- Filangieri
ignorò le considerazioni della madre e iniziò a
descrivere:
- «Immagina
una prospera città sul mare: banchine portuali ingombre
di merci e di lavoranti, navi all’ancoraggio che
caricano e scaricano, un fervore di attività e traffici.
Cosí è tutti i giorni. Nei fondachi del porto un
brulichío di mercatanti e banchieri, cambiavalute, donne
che acquistano o esaminano rare stoffe esposte sui banchi
degli empori rigurgitanti di spezie, profumi,
chincaglierie e preziosità d’ogni genere. Ma in agguato
c’è lei, la tumefatta deità mortifera: la peste».
- «Ti
prego, Amedeo – supplicò la donna interrompendolo, –
non a colazione... La peste!».
- Ma ormai
Filangieri non era piú in grado di mettere le briglie
alla fantasia che lo trascinava lungo le brumose vie del
passato:
- «Vedi,
mamma, nessuno sa come inizia veramente un’epidemia. Ce
ne accorgiamo soltanto quando si è ormai già diffusa in
un consesso umano. Il batterio che la scatena è lí da
sempre, latente, assopito in una sorta di letargo che può
durare anni, decenni, secoli. In potenza è terribile, ma
quel sonno, indotto da un ignoto meccanismo inibitorio, lo
rende inerte, inoffensivo. Poi, un giorno, anzi, un attimo
di un dato giorno, lo stesso meccanismo che lo ha tenuto
inoperoso, coatto, di colpo lo risveglia, inducendolo ad
agire per infettare e uccidere. Quel comando, impartito
dall’ignota volontà, lo trasforma d’un tratto da
passivo e apatico in virulento e aggressivo, da stanziale
in erratico. Ed ecco l’epidemia dilagare, e quegli
uomini e quelle donne fino a pochi attimi prima intenti
alle attività di un’esistenza dinamica e gratificante,
vengono raggiunti dalla violenza spietata del morbo, si
ammalano e rapidamente muoiono...».
- «Libera
nos a malo!» recitò la donna, segnandosi.
- Imperterrito,
Filangieri proseguí:
- «La
domanda che uno deve porsi è questa: come ha potuto il
virus, da inerte e inoffensivo, tramutarsi in letale e
aggressivo? Qual è il quid che lo ha portato alla nefasta
mutazione, alla metamorfosi maligna, e perché è stato
scelto un dato luogo e un determinato periodo, anzi quel
particolare istante? Pure, le condizioni ambientali sono
le stesse di sempre, gli umori che la gente scarica nell’aria,
nell’acqua, nelle fognature, sono quelli di ogni giorno,
con le medesime caratteristiche biologiche e biochimiche
preesistenti all’avvento dell’epidemia. E allora?
Quale occulta distonia degli elementi entra in gioco?».
- Filangieri
si sporse verso la madre, sollecitando una risposta che
non venne. La donna, letteralmente allibita al discorso
del figlio, abbozzò un timido:
- «Non lo
so, proprio non riesco a immaginarlo...».
- «Il fatto
è, mamma, che non lo sa nessuno. Tutti gli esperti
individuano il morbo dopo che ha dato inizio alla sua
opera di distruzione. La combinazione dei fattori
scatenanti rimane un mistero».
- La
frustrante conclusione aleggiò nella stanza e chiuse i
due in un cupo mutismo. Ruppe il silenzio la donna, dopo
qualche attimo:
- «Sai cosa
penso, Ignazio? La mia idea è che quando uno lascia la
strada maestra per imboccare vie e viuzze secondarie,
ingolfandosi nelle strettoie dei dubbi, nello studio dei
particolari insignificanti, vuol dire che non ama il
soggetto che sta realizzando, sia esso un libro, un
quadro, o un lavoro di creazione artigianale. Si vede che
le Crociate, con tutte le atrocità e le miserie della
guerra, col sovrappiú delle epidemie, non sono
esattamente la materia che ti sarebbe piaciuto trattare.
Non ho ragione, forse?».
- Filangieri
non rispose. Era intento a scrutare il fondo della sua
tazza vuota. Il liquido vi aveva lasciato una gora che
formava un disegno strano: un’aquila... una farfalla...
o era magari il piú subdolo e iniquo virus della peste
che si delineava sinistro e indecifrabile, usando l’innocente
residuo del caffellatte?
- La donna
si rese conto che doveva cambiare atteggiamento e scuotere
il figlio dal marasma in cui lo vedeva impantanato:
- «Insomma,
Ignazio – disse con fare energico, – queste Crociate
avranno pur avuto qualcosa di bello e di esaltante in
mezzo a tante rovine e stragi. In definitiva erano
ispirate da santi princípi e grandi ideali. Fra migliaia
di uomini armati di lancia e spada, ci sarà stato
qualcuno che le abbia vissute con lo spirito di un vero
cristiano!».
- Filangieri
interruppe l’esame dei fondi della colazione e spostò
lo sguardo in direzione di sua madre. Era piacevolmente
sorpreso.
- «Certo
mamma, ci furono esempi di santità e di sacrificio
disinteressato... Uno in particolare, un figlio di
Pasidonia...».
- «Oh,
finalmente! – esclamò la donna visibilmente sollevata.
– E chi era quell’anima nobile?».
- «Hai
detto bene, perché proprio di un nobile si trattava, di
nome e di fatto: il beato Gelasio da Pontalto, al secolo
Onorio dei Montefoschi».
- «Ma non
è quello dell’unguento miracoloso, delle guarigioni
impossibili per le affezioni della pelle, che è sepolto
su alla Certosa di Pontalto?».
- «Già,
proprio lui. Venne inviato a difendere il Krak di Belvoir,
una fortezza costruita dai Pasidonesi dopo la prima
Crociata, sulla strada fra Giaffa e Damasco. Cerchiamo di
immaginare lo scenario. Siamo nell’anno 1165. La seconda
Crociata è ormai un ricordo, essendosi conclusa nel 1151.
Onorio è giovane, ha venticinque anni. Primogenito del
marchese dei Montefoschi, è coraggioso e leale: vuole
portare alla casata onori e titoli ma, da autentico
cavaliere, è allo stesso tempo animato dalla
consapevolezza della sacra finalità dell’impresa.
Ignora quindi i risvolti meschini e le viltà di cui si
sono macchiati alcuni tra i Crociati come alcuni tra i
musulmani. Per lui la difesa del Forte garantisce la
sicurezza della contea di Giaffa e Ascalona, voluta dal
Buglione dopo la Prima Crociata, e protegge le colonne di
pellegrini che a piedi, via Anatolia, o sbarcati a Tiro,
Sidone o Giaffa, si recano a Gerusalemme. Ma gli islamici
si stanno riorganizzando, sotto la guida di un grande
condottiero: Salah-al-Din, il famigerato Saladino, il
quale con ingenti forze, nel luglio 1169, attacca il Krak
di Belvoir e dopo un massiccio assedio e aspri
combattimenti lo conquista, mettendolo a ferro e fuoco.
Onorio e gli altri cavalieri si sono battuti
disperatamente, al limite dell’umano. Ma le forze del
Saladino sono soverchianti. Quando Belvoir cade, Onorio,
insieme a pochi superstiti, evita la cattura da parte dei
musulmani e si rifugia a Giaffa. La città è invasa dai
fuggiaschi e dai pellegrini, vi portano i feriti dai campi
di battaglia, promiscuità e disordini sono ovunque, uniti
alla calura e alle carenze igieniche. A causa di tutto
questo, ma anche e forse piú per lo scatenamento di
quelle forze occulte di cui parlavo prima, scoppia la
terribile pestilenza. La terra è stanca e satura per gli
eccidi, i massacri, le distruzioni da una parte e dall’altra
dei contendenti. Cinismo, crudeltà, sete di vendetta,
cupidigia, viltà, tradimenti hanno rotto l’equilibrio
che regge gli elementi della natura. Onorio si spoglia
dell’armatura e della spada per indossare il saio del
penitente misericordioso e la croce della carità, dell’amore
verso i miseri e gli infermi. Si uniscono a lui altri
cavalieri, e poi medici, artigiani, marinai. Nasce cosí l’Ordine
dei Barellieri di Giaffa, diventato poi Ordine dei Santi
Cosma e Damiano, e in seguito, ormai terminate le Crociate
e caduta in mano islamica Agri, ultimo baluardo della
cristianità in Oriente, diventa Compagnia dei Cavalieri
di Cipro. Ovunque ci fosse una battaglia o un’epidemia,
Onorio, diventato ora fra’ Gelasio, accorreva con i suoi
compagni e soccorreva, medicava, curava, sfamava,
seppelliva i morti dell’una e dell’altra parte, senza
distinguere tra ceto, razza e religione».
- «Bello,
edificante! – fu il commento spontaneo della madre, non
appena Filangieri ebbe terminato il suo excursus storico.
– Ma allora, scrivi un libro su fra’ Gelasio da
Pontalto...».
- Il
professore scosse la testa:
- «No, non
è possibile. Ho preso un impegno con il preside... come
faccio adesso? Dovrei andare da lui e dirgli: “Invece
che la storia delle Crociate preferisco scrivere quella di
un cavaliere diventato frate per una crisi esistenziale, e
che si è dato poi alla terapeutica e all’erboristeria...”.
Te lo immagini quel miscredente di Losurdo come
commenterebbe? “Bravo Filangieri, adesso mi racconta
anche la vita dei trappisti. Ma è proprio esaurito!”
Ecco quello che direbbe Losurdo. E forse avrebbe
ragione».
- «No, non
avrebbe ragione...».
- La donna
si alzò dal suo posto per avvicinarsi al figlio:
- « Senti
– disse pacata. – Vorrei fare qualcosa per te. Mi
accorgo che sei tormentato da questa vicenda del libro, e
forse anche da qualcosa di piú serio».
- «Ma no,
mamma – reagí lui – vedrai che in un modo o nell’altro
lo finirò, il libro!».
- Poi il suo
sguardo tornò a scandagliare il fondo della tazza vuota.
Ora la gora lasciata dal caffellatte disegnava una specie
di fiore dentellato. Sua madre lo richiamò alla realtà
passandogli le dita tra i capelli incolti. Poi soggiunse,
in tono disteso:
- «Il fatto
è che non si dovrebbe mai lavorare, in arte, in
letteratura o in qualunque altra attività creativa, sotto
la pressione della committenza, o per semplice fine di
lucro. Vorrei farti vedere qualcosa».
- Con passo
deciso, nonostante l’età, la donna si avviò verso il
suo studio. Dopo qualche attimo, Filangieri udí il
cigolio familiare del carrello sul quale era montato il
cavalletto di pittura che sua madre adoperava per spostare
le sue tele da un punto di luce a un altro della casa
mentre dipingeva.
- La donna
ora spingeva il carrello con delicatezza e religiosa
cautela. Filangieri accennò ad alzarsi.
- «No –
lo fermò lein – non ti muovere, lo porto lí, vicino
alla tavola. Aspetta!».
- Quando fu
presso il figlio, fece ruotare il cavalletto in modo che
lui potesse meglio osservare il quadro.
- «Ecco,
cosí. Beh, che ne dici?».
- «Ma
è...» stava per dare un titolo al dipinto, quando sua
madre lo anticipò con slancio:
- «È l’Eden
riconquistato, nella mia personale interpretazione. Mi
interessa molto il tuo giudizio» e restò in attesa, con
una mano a reggere il cavalletto e l’altra a ravviarsi i
capelli grigi che si ostinavano a caderle sulla fronte
sudata per l’eccitazione.
- Non si
trattava di una scena alla Masaccio con Adamo ed Eva
cacciati fuori dal giardino incantato delle origini dopo
aver mangiato il frutto dell’albero del Bene e del Male,
fustigati da angeli librati in volo. Invece di apparire
disperati e nudi, in fuga precipitosa e allo stesso tempo
riottosa per quanto si lasciavano alle spalle, qui i
protagonisti della figurazione, rappresentati tra fiori
variopinti, si mostravano appagati e sorridenti ai lati
dell’Albero della Vita ricolmo di frutti dorati. In un
angolo, il serpente tentatore si stava lentamente
metamorfosando in uno splendido uccello del paradiso. La
rara abilità dell’autrice aveva perfettamente reso la
graduale trasformazione delle squame cenerine in
fantasmagoriche piume. La prodigiosa mutazione culminava
nel viso umano della strana creatura, non piú viscido
rettile ma essere angelico, benevolmente sorridente e
rivolto verso i suoi redenti amici, prima di essere
riassorbito dal mistero cosmico.
- Filangieri
restò affascinato in particolare dalla resa espressiva
della metamorfosi.
- «È il
Serpente piumato – si affrettò a spiegare la madre. –
Mi sono ispirata a un affresco messicano pubblicato su una
rivista di archeologia».
- «Sí, lo
conosco. Rappresenta il Quetzalcoatl – disse Filangieri,
– una divinità dell’antico popolo Tolteco, l’unica
che non richiedesse sacrifici umani, ma solo offerte di
fiori e frutta. Si turava le orecchie per non udire i
rumori della guerra e voleva le creature umane miti e
pacifiche, dedite ai lavori della terra e alle arti. Ma un
giorno, stanco delle violenze degli uomini, distese al
vento il suo mantello piumato e scomparve verso il mare,
dopo aver promesso che sarebbe ritornato quando gli uomini
fossero divenuti migliori».
- «Sta per
tornare...» disse ispirata la donna.
- Il figlio
le rivolse uno sguardo interrogativo.
- «Sta per
mantenere la sua promessa – insistette lei, – e tutto
il male si trasformerà in bene. Lo dicono le antiche
profezie: il mondo esce dal Kaliyuga per entrare nel regno
dello Spirito. Giungerà un tempo di tregua durante il
quale il Male non potrà nulla contro gli uomini».
- «Vorrei
proprio che fosse cosí, mamma. Ma non riesco a crederlo
possibile. Comunque il tuo quadro è bello, ispirato,
anche se alquanto audace...».
- «Grazie
– fece lei tranquilla, – ma non è la gloria pittorica
che mi interessa, alla mia età poi! Vorrei solo darti un
po’ di fiducia nel futuro. Vedo che ne hai bisogno».
- «Non ti
preoccupare, andrà tutto bene, mamma – la rassicurò
lui sorridendo. – Vedrai che alla fine terminerò l’opera.
Spero solo di scrivere un libro capace di dare speranza
alla gente che lo leggerà, specialmente ai ragazzi della
scuola».
- Tacque,
esitando un attimo prima di aggiungere:
- «Per la
verità ignoro di cosa veramente abbiano bisogno i
giovani... e anche tutti gli altri, in un momento come
questo».
- «La
soluzione verrà da sé – confermò decisa la madre. –
Noi dobbiamo solo credere che il serpente diverrà
finalmente araba fenice, o uccello del paradiso. Cosí è
scritto e cosí sarà».
- Poi,
mentre il figlio assorto sembrava meditare sulle sue
parole, la donna soggiunse, misteriosa:
- «Sai, ci
vengono mandati segnali tutti i giorni, dappertutto sulla
terra, per dirci che il tempo della grande metamorfosi è
vicino. Ma noi, per pigrizia, distrazione, superficialità
e persino arroganza, non cogliamo gli avvertimenti. Anche
qui a Pasidonia ce ne sono stati…» e avrebbe voluto
continuare, ma lui, il professore, correva già dietro a
qualche suo arzigogolo cerebrale e non prestava piú
orecchio.
- La madre,
rassegnata, troncò il discorso e, salutandolo, si
raccomandò in tono scherzoso:
- «E non
farteli tagliare troppo corti i capelli, perché Saverio,
quando attacca a parlare di sport o di politica, è capace
di raparti a zero, distratto com’è!».
- Filangieri
assentí alla raccomandazione materna, ma era tutto
inutile. Tanto Saverio, che fosse sport, politica o musica
corale, si sarebbe comunque lasciato prendere dalla foga,
e giú con le forbici a fare giustizia della sua arruffata
chioma.
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