- La
bambolina di avorio lo guardava dalla vetrina, disarticolata
nella sua anatomia di pupazzo, il petto annerito dai troppi
secoli trascorsi nell’umidore oscuro della tomba. Erano
soli, lui vivo di una giovinezza incerta, piena di dubbi,
lei certa della sua immobilità, e forse per quella assenza
di ogni aspettativa, di lui piú serena. Quella bambola
inerte lo fissava con la vacuità delle pupille che un abile
artigiano di un remoto passato aveva scolpito nell’avorio.
Erano soli, in quella saletta appartata, con il vento che a
tratti s’insinuava per effetto della corrente e per brevi
attimi portava l’umore dell’estate. Aveva letto di
archeologi e spiritualisti che si erano fatti rinchiudere
nella camera sepolcrale della piramide di Cheope o di altre
tombe egizie per trascorrervi una notte da soli. Molti ne
erano usciti stravolti, ma non per l’invasione di presenze
malefiche e di fantasmi inquieti. Franco era certo che
quelle persone in realtà avevano sfiorato per un attimo l’eternità
e non ne avevano retto il peso. Ora, Crepereia dalla bacheca
polverosa sembrava volergli parlare per svelargli il suo
segreto del mondo oltre.
- «Do
you mind?» la voce appena sussurrata gli giunse da dietro
le spalle. Trasalí. Poi la ragazza gli si mise affianco e
lui la guardò. La bambola si era trasferita dalla vetrina
nella realtà, e ora ritta accanto a lui gli puntava addosso
due grandi occhi chiari. La bocca che aveva pronunciato la
frase in inglese gli sorrideva. Si aprí di nuovo per
domandare: «What is this?…».
- Lui
si spostò leggermente di lato, per permettere alla ragazza
di vedere meglio l’interno della vetrina. La testa di lei,
dagli strani capelli di un biondo chiarissimo, si chinò per
leggere il cartiglio con le indicazioni.
- Franco
era incantato. Provò a sorridere a sua volta e si rivolse a
lei, in un inglese fluente, per spiegarle che la bambola era
appartenuta a una fanciulla di nome Crepereia.
- «Oh,
you speak English!» esclamò la ragazza. E lo gratificò di
un altro sorriso, mentre gli occhi di un celeste tenue,
sgranandosi, trascolorarono in fondo alle pupille di una
luce magnetica che lo catturò.
- Un
uomo di colore, alto e nerboruto, si era stagliato nel vano
della porta e apostrofò la ragazza in tono energico. Lei
indicò la bambola nella vetrina. Il nero si avvicinò,
diede un’occhiata rapida, alzò le spalle muscolose con
gesto di noncuranza, poi la prese per il braccio e risoluto,
ma con delicatezza, la spinse via. Lei accennò a resistere,
guardò Franco con simpatia. Disse: «I am sorry… I have
to go. It has been a pleasure».
- Franco
avrebbe voluto rispondere che anche per lui era stato un
piacere… ma non seppe far altro che muovere le labbra,
tendere il braccio verso di lei che spariva oltre il vano
della porta dietro al nero forzuto che continuava a parlarle
con un tono di apprensione, mentre si allontanavano tra le
vetrine e i reperti della sala attigua, diretti verso il
cortile esterno.
- Franco
li seguí. Una volta fuori, vide la ragazza circondata da un
gruppo misto di neri. Uno di loro, che dava l’idea di
essere il capo della strana compagine, era anziano e
raffinato nella figura e nei modi. Alto, magro, stempiato e
grigio, meno scuro degli altri nella pelle. Dava ordini ed
aveva una certa autorità sull’insolita compagnia. Franco
però badava poco al resto dell’accolita che si agitava
vociando tra lapidi e colonne riverse. Aveva occhi solo per
lei, per la candida ed esile ragazza che per un attimo era
stata accanto a lui facendolo sentire bene come mai era
stato prima. Come appariva in contrasto, lei, tra tutti gli
altri!
L’uomo anziano e autorevole chiamò la ragazza: «Are you
ready, Antinea?».
- Ecco,
come si chiamava: Antinea! Ma poi il fotografo, un nero
piccolo e scattante, che si era preparato per le riprese, la
chiamò, sollecitandola a mettersi in posa accanto a una
pietra scura a forma di cubo. Un altro del gruppo le mise
addosso una specie di mantello lilla pallido. Il fotografo
diede altre istruzioni alla ragazza, facendole assumere la
positura che di volta in volta voleva ottenere. Scattò
diverse foto, alcune in controluce. Tutte le istantanee
riprendevano la giovane accanto al cubo di marmo nero. Poi l’operatore
passò a una videocamera e fece una ripresa di un paio di
minuti. L’uomo autorevole, che chiamavano Dominique,
quando ebbero finito si avvicinò alla ragazza e dovette
farle dei complimenti, perché lei lo gratificò di un ampio
sorriso, che gli fece chinare la testa con un gesto che
appariva di profonda venerazione.
- Franco
si domandava che rapporto potesse esserci fra i due, che ci
facessero tutti quei neri nel piazzale di un museo per nulla
frequentato, e che senso avesse quella pietra nera a forma
di cubo in tutto quel gioco di riprese.