- Il
pomeriggio di quel venerdí stabilito per andare al Box ad
incontrare Klotzer, gli toccò assistere a una partita di
mindball, che suo figlio Barton e la squadra del Club dei
Telepatici avevano organizzato nel campo sportivo del Circolo
Universitario al Livello 4. Piú che di una gara competitiva,
si trattava di un test dimostrativo delle capacità telepatiche
dei membri del Club di cui Barton era l’animatore e il
coordinatore scientifico. Essendo il Circolo non molto
distante dalla Sede del Gran Consiglio e dagli altri edifici
governativi che sorgevano nello stesso Livello, tutto il gotha
direttivo dell’Archivio e degli altri uffici era presente, con
Geon Black a pontificare, emergendo in tutto il suo sussiego
dalla folla che gremiva le gradinate del campo.
- Il Numero
Nove sedeva attorniato dallo stuolo dei giovani rampanti, veri
e propri crotali delle discese numeriche, pensava Chris mentre
li osservava agitarsi e contorcersi nella piaggeria piú
sinuosa e umiliante intorno al demiurgo che teneva in pugno i
loro destini, e che ora godeva del loro strisciare, del
sibilare dei loro omaggi verbali, autentica corte di plaudenti
disposti ad ogni ferocia o bassezza nei confronti dei loro
concorrenti, per ottenere una cifra in meno. Nei loro occhi
Chris notava sprazzi di una luce magnetica, dal potere
ipnotico, che mentre fingeva di blandire e avvolgere, in
realtà annunciava la voglia occulta di fagocitare
l’interlocutore-preda. Notò tuttavia con una certa
consolazione che Barton non aveva bisogno di strisciare. Era
nella stima piú totale di Geon Black, che lo trattava
visibilmente da suo delfino e campione. Ora capeggiava la
squadra dei Verdi, contrapposta a quella dei Rossi. Le due
formazioni, composta ciascuna da undici elementi, si
fronteggiavano non sul quadrato di gara, bensí disposte nelle
due curve opposte del campo, un ovale che poteva ospitare un
migliaio di spettatori.
- Mary non
sarebbe potuta venire, perché aspettava il tecnico che doveva
riparare il disintegratore dei rifiuti, e ci teneva a essere
presente lei di persona, ma aveva rinviato il turno del
tecnico per partecipare, insieme al marito, alla gara
dimostrativa allestita da Barton. Una sua assenza sarebbe
stata notata, e non tanto avrebbe potuto danneggiare la sua
scala numerica, quanto avrebbe influito su quella del figlio,
seppure in forma trasversale. Ogni umore pro o contro il
Regime, anche il piú impercettibile manifestato da una
persona, veniva rilevato e registrato.
- Mentre stava
seduto nel suo comodo posto da cui poteva vedere il rettangolo
di gioco, Chris lasciava che queste idee fluissero libere alla
mente. Osservava suo figlio che si muoveva con disinvoltura in
mezzo al corteggio di Geon Black, cosí come aveva fatto
durante l’inaugurazione del lago, e si chiedeva quanto Barton
gli somigliasse animicamente, assodato che lo era
geneticamente e per linea di sangue. Ma quanto incidevano
sulla sfera genetica la condizione di Mater, il genio del
luogo che ne infestava ogni angolo e anfratto, la stessa aria
chimica e il cibo sintetico di cui la gente viveva? Fino a che
punto suo figlio gli apparteneva biologicamente? Era certo che
la dimensione nella quale sopravvivevano aveva da tempo
iniziato a falsare i corredi cromosomici dei materiani nati
dentro, a provocare mutazioni ancora in embrione ma che col
progredire degli anni, se mai ne restavano tanti da vivere, si
sarebbero manifestate apertamente, con tutte le disastrose
conseguenze. Ma ora suo figlio era lí, e trionfava su ogni
mutazione in divenire, padrone e gestore di ogni molecola del
suo apparato fisiologico. Doveva, poteva esserne fiero?
- La tribuna
centrale, dove sedeva in gloria Geon Black col suo stuolo di
adulatori, dominava il campo, uno spazio rettangolare con una
superficie a specchio molto levigata. Il gioco riproduceva lo
stesso meccanismo dell’antico Subbuteo. Su quella spianata
lucida e scivolosa, percorsa internamente da emissioni
magnetiche, si fronteggiavano due squadre formate ciascuna da
undici robot, divisi anche loro in verdi e rossi, i colori di
cui erano dipinte le parti esterne delle armature in titanio.
Dietro la schiena ciascuno dei cyber-giocatori portava una
placca sensibile con sopra marchiato il numero di ruolo, lo
stesso del giocatore in carne e ossa che dalla sua postazione
a bordo campo lo comandava telepaticamente.
- “Master” e
“Slave”, cosí venivano denominati nel gergo coniato da Barton
e dai suoi collaboratori il giocatore umano che comandava e il
robot che gli obbediva, eseguendo le mosse e gli spostamenti
suggeriti a distanza tramite le onde cerebrali. Per potenziare
le quali, i master disponevano di un modulo posto sotto la
poltrona sulla quale sedevano. Due manopole erano inserite nei
braccioli, da cui scaturiva l’energia magnetica che, effusa
dal congegno, risaliva a un sensore posto dietro la nuca e da
qui, attraverso due conduttori al bario protetti da guaine
isolanti, raggiungevano un sensore unificato posto sulla
fronte dell’agente telepatico, altro nome dato al master. Da
questo polo saturo di magnetismo attivo scaturivano gli
impulsi cerebrali che impartivano i comandi per il robot
operante sul campo, facendogli compiere quei movimenti utili
alla strategia di gioco, imponendogli di scivolare piú o meno
rapidamente, di bloccarsi, di ruotare su se stesso, di
flettersi o inarcarsi, e naturalmente calciare il disco di
elektron ramato che doveva essere infilato nella rete
avversaria. Un gioco in sé banale, reso però attraente dai
balenii iridescenti dei robot quando si spostavano e dai suoni
catatonici emessi ogni volta che calciavano il disco lucente.
- Barton,
manco a dirlo, era il piú brillante. Con le due manopole non
soltanto era svelto, ma sapeva spostare il suo robot in
maniera veloce e razionale, facendolo arrivare quasi sempre
per primo sul disco da colpire e riuscendo a indirizzarne la
traiettoria in maniera infallibile verso la rete avversaria.
Tutto, era chiaro, dipendeva dalla potenza telepatica delle
onde emesse dal suo sensore e dalla rapidità di emissione
dalla massa cerebrale, o forse da quel quid nascosto e
inqualificabile che ogni creatura possiede, senza magari
averne la piena consapevolezza.
- La partita
durò un’ora, con dieci minuti di intervallo. Vinse la squadra
dei Verdi, col punteggio di sette a cinque, e il disco finale
lo mise in rete proprio Barton. E Geon applaudí, con plateale
euforia. Dopo ci furono le strette di mano, l’entusiasmo, i
complimenti degli spettatori, la liturgia cameratesca dei
giocatori.
- Chris si era
avvicinato al settore dove avveniva la festa, sollevando il
capo oltre la marea di teste e di spalle. Intravisto il
figlio, gli aveva fatto un leggero cenno di consenso,
sorridendo e alzando per un attimo la mano, timidamente, con
un certo impaccio. Come sempre gli capitava di agire col
figlio, con un eterno senso di incompiutezza. La sua mano si
ritrasse, come quella di un naufrago al di sopra delle onde,
vano segnale al mondo prima di sprofondare…