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LA
MUSICA DENTRO Ed.
Centro Letterario del Lazio, Roma –
1988
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LA MUSICA DENTRO |

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La musica dentro
compagna di via
del cuore nel centro
compone armonia:
scandisce le ore
di mille stagioni,
lenisce d’amore
le tante illusioni.
Ti prende per mano,
ti parla, ti guida,
ti porta lontano
durevole e fida.
Ascolta: la senti
seguire i tuoi passi,
se mai tu rallenti
per trappole o sassi.
La musica forte
continua a suonare,
sfidando la sorte
che mira a disfare,
beffando la morte
che vuole trionfare.
Ascolta: la senti
vibrare in assolo
con toni possenti,
con slanci di volo.
La musica dentro,
compagna dell’Io,
dell’Ordine il centro,
respiro di Dio. |
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NOTTE SUL MARE (Minori) |
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- L’aria è una corda
tesa:
- vi cammina
- una luna funambola
- che oscilla
- disperdendo particole
- d’argento
- nell’acqua buia
- al fondo della notte.
- Domani ce ne andremo,
- ma ricorda:
- questa casa ebbe vita
- al tempo antico.
- Nelle notti di giugno
- la serena
- purificava gli abiti,
- e l’infuso di petali
- al mattino detergeva
- ii tuo viso, salvandolo
dal male.
- Vaticini forniva
- il piombo fuso
- rappreso in forme arcane
- al davanzale.
- Ubriaca la luna caracolla
- in groppa a cirri laceri
- che ai monti
- s’impigliano
- stremati
- a tronchi e rami
- spettri scarniti
- in madidi grigiori.
- Il buio
- è un pozzo asciutto
- disertato
- da lucciole e falene
- e le farfalle
- non allietano al sole
- la Pawlonia
- che incenerì
- la folgore di marzo.
- Domani ce ne andremo,
- ma ricorda:
- ebbero cuore un tempo
- queste mura
- per ascoltare voci
- di sirene
- che ora son venute a
salutarci
- in afoni drappelli
- scarmigliati
- mostrando i corpi rosi
- dalla peste
- che vinse il mare,
- spopolò le rive
- di barche
- e reti,
- desolò la terra.
- L’aria è una corda
tesa:
- la percuote
- invano l’ostro
- per
destarne un canto.
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LA SEGRETARIA |
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- Un giorno, Lisa, quando
avrai più tempo,
- spolvera il pothos lì nel
corridoio
- e guarda fuori, oltre la
finestra,
- oltre la grata che ti nega
il cielo.
- Quando distolto avrai gli
occhi tuoi stanchi
- dalle schede forate, le
scadenze,
- e rotto l’ipnotismo del
computer,
- guarda quel cielo chiuso
dalla grata:
- s’illumina di led
celeste chiaro
- che Dio alimenta con la
Sua energia.
-
- Un giorno, Lisa, se ti
fermerai,
- solleva il capo da fatture
e mastri,
- metti una rosa tra i
capelli neri,
- magnetizzati, ispidi,
laccati,
- gretta parrucca di
pupattolina
- ridotta in tilt a fine
settimana.
- Spegni lo schermo, rompi
quella grata
- e con le schede forma un
aquilone,
- un castello di carta, un
aeroplano,
- un cappello da clown, una
barchetta.
-
- Scavalca il muro della tua
prigione,
- brucia i circuiti con un
gran sorriso,
- un canto a squarciagola,
una preghiera.
- Guardalo, un giorno, Lisa,
quel tuo cielo,
- spolvera il pothos
diventato grigio,
- sciogli la chioma che non
ha più luce.
- Affacciati al balcone
della vita,
- metti le ali della
primavera
- e vola a coltivare il tuo
giardino
- germogliato
di nuvole e di stelle.
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LA QUERCIA E IL VENTO |
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- Oggi mi sento debole e
smarrito.
- I figli sono andati per
il mondo.
- Sono una vecchia quercia
senza appigli
- e sostegni che reggano
il mio tronco
- gibbuto, cavo, ruvido,
contorto.
- I figli sono andati come
i semi.
- Feconderanno grembi e
avranno figli.
- Così la vita mi dà
ricompensa
- d’aver riempito il
mondo ed esser solo
- come una quercia all’orlo
di un dirupo.
- E viene il vento a
mietere le foglie
- unite ai rami, ma d’altra
stagione.
- Verde reclama verde, ed
io son stanco,
- pianta depauperata d’ogni
linfa.
- E cala il vento la sua
falce e miete
- l’albero scisso dalla
sua radice.
- Oggi mi sento lieve come
piuma
- e basterebbe un soffio a
farmi alzare
- da questo mondo che non
m’appartiene,
- come s’invola un
fragile aquilone.
- I figli sono andati, e
chi mi aiuta
- a guadare la piena della
vita,
- i vortici e la torbida
corrente?
- Sono andati felici all’altra
riva,
- le mani loro unite ad
altre mani,
- le care voci miste ad
altre voci.
- Oggi mi sento orfano e
confuso.
- Vorrei qualcuno che mi
sorreggesse,
- ora che affronto il
guado ad altra vita.
- Oggi che il vento vibra
sibilando
- la
sua falce ricurva sul dirupo.
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LEZIONE DI SCIENZE |
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- La rana è stesa lì sul
tavolaccio,
- quattro spilli la tengono
bloccata,
- uno per ogni zampa, e il
professore
- trancia giudizi sull’anatomia,
- parlando di riflessi e
magnetismo,
- elettroconduzione e
gravidanza.
- Tra poco inciderà l’addome
e il petto
- per scoprire i segreti del
diaframma
- le connessioni, i tendini,
le molle
- per cui la rana nasce,
salta e muore.
- Manca poco allo scempio e
la bestiola
- con gli occhi acquosi sta
mirando il cielo,
- dove frullano voli e
brilla il sole.
- Un riflesso le accende la
memoria:
- ricorda la corrente di un
ruscello
- dove nuotava tra la menta
fresca
- e l’erba nuova della
primavera.
- Ma non c’è tempo per i
bei ricordi,
- il bisturi volteggia e
manda lampi,
- ancora un soffio e poi
sarà finita.
- La rana, allora, come il
condannato,
- chiede agli Dei l’estremo
desiderio:
- d’imitare i carnefici e
parlare.
- Pietoso il Cielo accorda
quella grazia
- a un’anima ormai
prossima alla fine
- per mano di creature
raffinate
- che hanno svenduto il
cuore per capire.
- Mentre il coltello penetra
la carne,
- l’anfibio esclama con
umana voce:
- « Perdona loro, Padre,
questo danno,
- metto la pelle mia nelle
Tue mani,
- e
abbasso Volta, Franklin e Galvani ».
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WATERLOO |
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- Gli uomini, morendo,
fioriranno;
- la guerra è solo un
gioco e non lo sanno.
- Vibrano spade, spronano
cavalli,
- ma appena nella terra i
loro corpi
- diventeranno semi rosso
cupo
- a fecondare i solchi e
le brughiere.
- Qui ora il tempo ha
spento il vorticare,
- placata l’onda, l’impeto,
lo slancio,
- sedato l’urlo,
incenerito il sangue.
- Pedoni, alfieri, re,
cavalli e fanti
- sono spariti dalla gran
scacchiera
- che ora è un prato
fresco di maggese.
- Resta un’asperità che
svetta in alto
- dalla campagna a freccia
verso il cielo
- e un leone di pietra vi
troneggia
- a ricordar chi vinse la
partita.
- Ma vinti e vincitori
sono semi,
- fecondano la terra e non
lo sanno,
- appena morti entrano nel
gioco
- sublime e lieto della
primavera.
- Ora son lì a gremire le
pendici
- della collina dove finì
il gioco
- di vita e morte, e sono
tutti fiori.
- Schiere di margherite,
crochi e viole
- ascendono la china
ripetendo
- nel vezzo dei colori
quelli antichi:
- coccarde, gagliardetti,
insegne e piume,
- alamari, bandiere,
nastri e fiocchi:
- kepí fregiati d’oro e
le feluche.
- Ora son fiori umili e
confusi
- che il vento scuote nell’estremo
assalto:
- ecco sciabole d’erba
saettare,
- issano i fiordalisi un
gran pavese,
- guizzano in lampi viola
cardi e spighe
- prossimi a conquistar l’ultima
balza.
- Premio al furore e all’impeto
silente
- non è la barricata, la
trincea,
- un cannone da prendere
di slancio:
- è
il cielo chiaro oltre quella cima.
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IL TORRENTE |
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- Settembre è ancora
dolce, camminiamo
- seguendo il corso antico
del torrente.
- Ci porterà, ricordi,
a quella valle
- dove nei giorni di
vacanza a scuola
- andavamo a raccogliere
mirtilli,
- le more che pungevano
le mani,
- l’asparagina tesa
come spade
- e la rosa canina che
serbava
- il dono del suo miele
nello stame
- geloso come l’oro in
un forziere.
- E l’ila s’affacciava
alla ninfea,
- come una principessa
al suo verone,
- fiera del loto candido
di neve
- ed era la più bella
del reame.
- Ma un giorno venne il
mago del cemento
- che muta in
calcestruzzo la natura
- soltanto che la sfiori
con un dito:
- quel nostro Sbangrilà
è un falansterio
- di condomini, ville,
agglomerati,
- e nel torrente
scorrono liquami
- tra un frigo rotto, un
materasso a molle,
- un grosso scaldabagno,
una poltrona
- ed un bidet con
rubinetteria.
- Un brutto sogno, o
forse un sortilegio
- che tramutò la
principessa in rospo
- e
il nostro Paradiso in pattumiera.
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L’INTESA |
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- L’oasi è illuminata
dalla luna.
- Wadi Rum è il suo
nome, l’hanno scelta
- per un incontro a due
tra Governanti:
- un capo religioso ed
un monarca.
- È top secret il
luogo, e le intenzioni
- di questo abboccamento
tra i palmeti,
- dove nell’acqua
tremula dei pozzi
- a notte si riflettono
le stelle
- e bevono gli armenti
quando è giorno.
- Evoca Wadi Rum tempi
lontani
- di vita pastorale
beduina,
- di carovane e traffici
di spezie.
- La via del
franchincenso e della mirra
- attraversava questo
sito ameno
- che a tutti dispensava
ombra e ristoro.
- Sono venuti all’ora
stabilita
- con una scorta d’uomini
fidati,
- avvolti in barracani
col cappuccio,
- ordini secchi, frasi
misurate.
- «Spero che non mi
abbiano seguito»,
- dice il monarca, a
guisa di saluto.
- E l’altro gli fa eco
preoccupato:
- «Lo spero anch’io,
non ci si può fidare.
- I tempi sono duri ed i
nemici
- crescono come funghi
dappertutto».
- «Lievita il
malcontento nel mio regno:
- disoccupati,
senza-tetto, ladri
- spinti dalla miseria e
dalla fame
- s’organizzano in
bande di predoni.
- La gente è in mano
dei sobillatori»,
- si duole il re, e l’altro
di rimando:
- «Che dovrei dire
allora del Paese
- che governo nel nome
del Profeta.
- Sviluppo demografico,
inflazione,
- carenze di strutture,
malcontento,
- l’inedia è un
passatempo nazionale».
- «Avevamo puntato sul
petrolio
- la carta del riscatto
e del progresso»,
- aggiunge il re,
scuotendo il cappuccione.
- E l’uomo santo,
dimenando il suo:
- «Non me ne parli,
quella del petrolio
- è stata un chimera,
un controsenso.
- Entrano i soldi ma non
resta niente;
- tutto il guadagno che
dà l’oro nero
- lo spendiamo in
acquisti di derrate,
- generi di consumo,
attrezzature,
- persino l’acqua è
un bene da importare».
- Un consigliori mostra
l’orologio.
- «Il tempo stringe,
Santità, veniamo
- al punto chiave dell’abboccamento.
- Ho predisposto un
piano con esperti:
- non dovrebbe fallire.
Glielo illustro.
- All’ora X scatta l’attentato
- alla stazione della
capitale.
- Per convenienza e per
ridurre i costi,
- noi lo si fa, voi lo
rivendicate.
- Tre giorni dopo voi
fate lo stesso:
- tre cariche esplosive
alla moschea
- nell’ora di
preghiera, e addebitate
- a noi vigliacchi l’efferato
gesto.
- Seguiranno incidenti
di frontiera
- con incursioni,
scaramucce e morti,
- che attizzeranno l’odio
e la vendetta ».
- «Ma che diranno le
superpotenze?»
- obietta il sufi, e l’altro
lo rincuora:
- «Tutto previsto,
tutto calcolato.
- Godiamo dell’appoggio
e della stima
- delle nazioni più
civilizzate
- che forniranno
vettovaglie ed armi.
- Una guerra ad oltranza
è benvenuta:
- noi dimezziamo il
popolo e i problemi,
- e loro sperimentano i
modelli
- di nuovi ritrovati
militari,
- le tecniche d’impiego,
le gittate
- di missili e cannoni.
Che le pare?»
- «Un piano astuto, che
non fa una piega,
- ed io l’approvo
senza una riserva
- – conviene il
religioso, e poi soggiunge –
- potrei sapere a noi
che ce ne viene
- oltre al vantaggio di
sfoltire il volgo? »
- « Credito illimitato
dalle banche
- in conti personali, in
appannaggi,
- prestigio in seno alle
Nazioni Unite,
- prestiti con lo
sconto, investimenti
- nell’edilizia e nell’agricoltura.
- Chi non diventerà
carne di porco
- sotto le bombe e i
cingoli dei carri
- vivrà felice come il
Saladino».
- « I morti anch’essi
non saran da meno,
- – precisa l’uomo
santo – ché il Profeta
- a tutti garantisce il
Paradiso:
- chi muore combattendo
nel suo nome
- trova dall’altra
parte ricompensa
- d’ineffabili gioie
corporali
- in compagnia di musici
e donzelle,
- bevendo latte e miele
a profusione».
- «Come Lei vede, ce ne
sta per tutti.
- Ed ora, Santità,
leviamo il campo;
- reciti ognuno la sua
parte in tono
- con quanto stabilito
dal copione.
- Lei poi mi scuserà se
qualche volta
- in un discorso le
darò del ladro,
- dell’impostore, del
cappio da forca».
- «E lei non se la
prenda se ribatto
- chiamandola cretino e
farabutto,
- o qualcos’altro che
mi verrà in mente
- quando ritorcerò le
contumelie.
- Restiamo sempre amici,
come prima».
- «Vorrà dire nemici,
e per la pelle!»,
- precisa il re, in tono
spiritoso.
- «Oh già,
dimenticavo, il ruolo è ruolo!»
- celia il santone,
mentre s’accomiata.
- E come son venuti,
così vanno,
- con poca scorta nella
notte fonda.
- La luna è tramontata
nel deserto,
- oltre i palmeti,
dietro quelle dune.
- Trema l’acqua nei
pozzi: quei presagi
- di morte e sangue l’hanno
intorbidata
- offuscandovi
l’oro delle stelle.
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IL CASTELLO |
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- La visita comincia dal
cortile.
- « Quello che qui vedete
è, tra i castelli,
- esempio di mirabile
armonia.
- Vi lavorò Sangallo, e poi
Bramante,
- Del Piombo, Buonarroti e
Vanvitelli ».
- Il cicerone recita la
parte
- guidando il gruppo su per
la salita.
- « Notate la possanza dei
bastioni
- cui pose mano, a fine
quattrocento,
- il Duca Sigismondo detto
il Fiero,
- chiedendo il meglio e non
badando a spese ».
- « Cosa sono quei buchi
lassù in alto? »
- domanda ignaro uno dei
turisti.
- « Bocche da fuoco per l’artiglieria
- che sparavano palle di
granito
- pesanti mille libbre
cadauna ».
- « E quelle feritoie a
taglio sgembo? »
- « Sono bocche di lupo,
micidiali
- per far colare pece ed
olio a doccia
- sugli assedianti prossimi
al portone ».
- Il cicerone non demorde e
cita:
- « Notate l’architrave a
tutto sesto,
- il bugnato snellito da
motivi
- che richiamano l’estro
raffinato
- dei maggiori palazzi
fiorentini.
- E che dire dei muri
rastremati,
- dell’eleganza di
torrioni e merli ».
- Il gruppo ammira, si
sorprende, osserva.
- « M’incuriosisce il
cippo là nel mezzo »,
- insiste dalla folla un’altra
voce.
- « Serviva alle condanne
capitali
- per mozzare la testa ai
condannati.
- E sullo sfondo s’aprono
le celle,
- senza finestre, senza
prese d’aria.
- Le stanze di tortura e le
segrete
- munite d’ogni sorta di
strumenti
- per estorcere abiure e
confessioni ».
- Ora la comitiva è nel
salone
- festonato d’arazzi e di
trofei.
- « Questa è la grande
sala delle feste,
- con la volta affrescata
dal Giorgione,
- e gli arazzi tessuti nelle
Fiandre
- sono il fiore all’occhiello
del museo.
- Pregevoli gli armadi e i
cassettoni,
- i lampadari e la
tappezzeria ».
- « Ma qui vedo una macchia
rosso cupo,
- anzi, son tante, e
impregnano la stoffa ».
- « Dimenticavo, quelli
sono i segni
- di Sigismondo quando fu
colpito
- da venti pugnalate a
tradimento
- per mano di sicari
prezzolati
- da suo cugino, duca di
Provenza.
- Morì sul colpo, e dopo la
congiura
- s’estinsero la stirpe ed
il casato.
- Seguirono nel tempo altri
padroni,
- governatori, vescovi e
marchesi,
- che accrebbero di fasto e
di ricchezze
- il già cospicuo
patrimonio avito,
- chiamando artisti,
letterati e bardi
- che dessero al castello
gloria e lustro ».
- « E le segrete? » chiede
un ostinato
- visitatore con un groppo
in gola.
- « Funzionarono sempre,
senza posa.
- S’adeguarono ai tempi,
migliorando,
- aggiornando i sistemi e i
macchinari.
- Vennero usate fino al
dopoguerra
- come prigione per gli
ergastolani ».
- La comitiva va per gli
scaloni,
- osserva, si stupisce, si
costerna.
- La precede solerte il
cicerone
- e parla, spiega, cita ed
erudisce
- sul luogo che sposò morte
e bellezza.
- « Ed eccoci, signori, all’armeria,
- con archibugi, mazze ed
alabarde,
- schioppi, spingarde, obici
e balestre,
- per non parlare di pugnali
e stocchi,
- armi varie da taglio,
punta e lancio.
- Ma il pezzo forte della
collezione
- è formato da tutte le
armature.
- Questa ad esempio, fatta a
Norimberga,
- apparteneva al duca
Sigismondo,
- che l’indossava quando
combatteva,
- il che voleva dire tutti i
giorni.
- Era una schiatta, quella,
di guerrieri,
- nata per conquistare mari
e monti.
- Completo di corazza,
lancia e scudo
- pesava Sigismondo mille
libbre:
- lo si poneva in sella col
paranco.
- Formava col cavallo un
carro armato
- che stritolava schiere di
nemici
- senza misericordia né
quartiere.
- Ma quando terminava la
battaglia,
- il duca vincitore s’allietava
- con musici, buffoni e
cortigiane
- che aveva sistemato in un
quartino
- poco lontano dal suo
appartamento.
- Così si distraeva, e se
gli andava
- appagato dal vino e dai
sollazzi,
- poteva anche graziare un
prigioniero
- dando l’esilio in luogo
della morte ».
- La visita è finita, il
gruppo sciama,
- ritornando all’aperto,
in piena luce.
- Un bambino ritrova il suo
coraggio
- e chiede al padre senza
complimenti:
- «M’hai sempre
raccontato che i castelli
- ospitavano fate e
cavalieri
- senza paura, macchia e
ipocrisia;
- ch’erano luoghi dove si
menava
- esistenza felice e
spensierata,
- tra feste, balli, serenate
e canti.
- Non m’hai parlato di
pugnali e sangue,
- delle segrete e stanze di
tortura.
- Come stanno le cose
veramente? »
- Il padre tace preso alla
sprovvista.
- Imbarazzato, replica alla
fine:
- « Non parlavo di un
simile castello,
- il mio si trova nella
fantasia ».
- Il figlio si rassegna,
ammutolisce.
- Da oggi non è più quello
di ieri,
- ha veduto il rovescio
delle cose,
- perdendo con i sogni l’innocenza.
- Tutto d’un colpo è
diventato uomo,
- dimenticando
fate e cavalieri.
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ALLA MADRE |
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- Le fresie hanno precoce
fioritura
- sopra il balcone dove
siedi assorta,
- il mare calmo alita
fragranze
- e l’aria ti stordisce
con odori
- destàti alla memoria da
ricordi
- di stagioni del vino e
delle rose.
- Avevi chiome d’ebano,
rammenti,
- di pesco colorava
giovinezza
- le tue gote e la bocca di
corallo,
- tessevi canti, avida d’amore,
- e il sorriso negli occhi
rifletteva
- i vibranti asterismi delle
stelle.
- Ora tu vivi consumando
brani
- di tempo sonnolento,
sospirando,
- e scruti il mare in cerca
di una vela
- sognando che riporti
giorni lieti,
- le spente voci, le carezze
avare,
- luce corvina nei capelli
alteri.
- O speri che le torri di
vedetta
- levino all’alba grida di
saluto
- per il viandante prossimo
alle mura,
- vinto dagli anni e dal
peregrinare.
- Ma le torri son mute,
madre mia,
- le mura sono cumuli di
sassi,
- stanca è la mano a
tessere la tela,
- la gòmena corrosa e vuoto
il mare.
- Placa il tuo cuore, ché
nessuno approda
- per
battere il suo nome alla tua porta.
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UOMO DEL SUD |
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- Io sono quel che sono:
cuor di fiele,
- frutto di rovo, sangue di
serpente,
- lingua d’aspide, faccia
di brigante.
- Io sono quel che sono,
irsuto e schivo,
- prono alla terra, avanzo
di caverna,
- omo ferino, bruto,
latitante
- nelle nobili imprese e
disertore
- d’ogni storica istanza,
ciarlatano,
- venditore di fumo,
cabalista,
- cerusico di piazza,
parolaio,
- tre palle un soldo, tratto
da magliaro,
- svelto a carpire e lento
nel donare.
- Ma sono quel che sono, non
mi pento.
- Io sono il cactus nato
alla pietraia
- nel connubio tra polvere e
calcina,
- spinoso, infido, traditore
e baro,
- carne di porco da tritare
in guerra
- per sfamare l’orgoglio
nazionale.
- Io sono quel che sono: l’emigrante,
- il tappabuchi, l’orso
ammaestrato
- che ha ballato per secoli
al guinzaglio
- di preti, duchi, vescovi e
baroni.
- Bestia del latifondo o
plebe infame,
- affogata nei vicoli
sorcini
- delle grandi metropoli
regali.
- Eccomi a voi signori come
sono:
- eterno postulante
lacrimoso,
- piagnone inveterato,
guitto amaro,
- nato dal niente e senza
niente in mano,
- povero in canna,
malfidato, sporco,
- afflitto da ogni male,
camorrista,
- languido chitarrista
strappacore,
- sempre impegnato a darvi
la patacca.
- Questo son io, e sono come
sono,
- uomo del Sud, eterno
saprofita
- dell’opulenza altrui,
dell’altrui scienza,
- empirico altrimenti e
improvvisato.
- Parente da ricevere in
cucina
- e ripulire coi vestiti
usati,
- proletario indolente,
piantagrane.
- Questo son io: rampollo di
briganti,
- lingua d’aspide, sangue
di serpente,
- foglia d’ortica, agave
contorta
- che
mette fiori solo per morire.
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CALENDIMAGGIO |
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- Non tradisce, l’acacia:
la ritrovi
- fedele ad ogni maggio
che ristora
- clivi diruti, putridi
sterrati
- con verde nuovo e
levità di fiori.
-
- Bianco è il tempo che
viene e virginale.
- Il vento passa
risvegliando semi,
- scuotendo i nidi in cima
ad alte torri.
- Colgono il cuore
stordimenti d’aria,
- vertigini di voci, odori
e suoni.
-
- Adesso è il tempo di
lasciarsi andare
- saggiando il vuoto con
le prime ali,
- preda di spazi e vortici
di voli.
- Abbandonarsi
al cielo, alla sua pace.
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COSE FATUE E LEGGERE |
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- Passò così l’estate:
la cicala
- dissipando le ore
celebrava
- vita frivola e breve nella
trama
- del suo pensile regno, e s’inebriava
- l’uomo legato a un’ala
di farfalla
- volteggiando tra iridi e
vapori.
- Inghiottito dal gorgo
ricomparve
- aggregandosi a sciami d’altre
vele:
- palpitarono prima di
svanire
- nell’oro fuso e tremulo
del mare.
- Martellando la riva, ci
assediava
- l’onda incalzante in
impeti d’ariete,
- un colpo dopo l’altro,
poi la tregua
- per riprendere lena e
ritentare
- la corsa vana e folle dell’assalto
- rotta in trine di spuma
evaporate
- nell’ardore del sole,
come sogni.
- Io ti cercavo lungo l’arenile,
- le mie orme seguivano le
tue,
- cancellate dai flutti le
perdevo
- per ritrovarle ancora più
profonde.
- Allacciava l’amore sulla
rena
- la mia ombra fedele con la
tua:
- era
così l’estate che passava.
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LA CASA DI LIVIA |
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- Il vento piega
- il sistro
- dell’acànto fiorito
- senza voce;
- ali distanti solcano la
sera
- bruciandosi nel sole.
- Alla casa di Livia
- ho visto donne
- paludate di porpora
- e di bisso
- muoversi lievi
- in freschi peristili
- portando rose e glicini
- a ghirlande,
- altre colmare d’olio
- le lucerne
- proteggendo la fiamma
- con la mano
- resa d’opale al gioco
- della luce.
- Ho udito l’arpa
- unirsi alla tua voce
- e la fontana
- far da contrappunto
- all’arcano vibrare delle
note.
- Questa, mia dolce amica,
- è la stagione
- in cui l’acànto mette
fiori
- e piega
- al vento della sera
- il
sistro muto.
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MATTUTINO
(Orti di Numa) |
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- L’ultimo biancospino
annuncia il tempo
- che rende il clivo
orfano del tenue
- candore immacolato del
suo fiore.
- Ma risorge la viola a
coronare
- gli archi sorretti dalla
pietra stanca
- di numerare i giorni e
le stagioni.
- Nella sua carne scava
nidi il marmo,
- dei segni riscattando la
superbia,
- gloria fugace, labile
memoria.
- Così l’alloro, che
adornò la fronte
- di vati e bardi, dà
pastura ai merli
- in umiltà di semi e
nere bacche,
- il fico ruminale tregua
d’ombra
- a rettili ridesti dal
letargo.
- Null’altro resta, ma
se plachi il cuore,
- dai giardini di Numa,
per magia,
- ti
giunge il melodiar delle Camène.
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SEGESTA |
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- Quando canti profani e
umane voci
- e le cornacchie a stormi
taceranno,
- da folti boschi di
cipressi e pini
- un flauto lieve desterà
la luna
- facendola salire alta nel
cielo:
- come l’incantatore
quando ammalia
- con suoni astuti l’aspide
o la serpe.
- O sarà il vento, che tra
cedri e ulivi
- l’arpa percorrerà con
le sue dita
- traendo canti di memoria
antica
- e nuovi ne ricavi dalle
foglie,
- da tronchi e rami roridi d’argento.
- Domani andranno greggi tra
le pietre,
- tracce di gloria umana ora
assopita,
- e
nessun flauto la potrà svegliare.
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BEATITUDINI |
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- Noi dureremo. Lo promise
un giorno
- l’Uomo che predicò
sulla montagna
- a gente scalza, nuda e
senza pane.
- « Non dubitate – disse
– il Regno è vostro.
- Voi che patite l’onta e
la miseria
- governerete il mondo, vi
assicuro ».
- Era un giorno d’aprile,
forse maggio,
- e l’Uomo usava inedite
parole.
- « In verità vi dico, il
tempo è giunto,
- quando l’agnello
vincerà il leone,
- il povero avrà troni a
ricompensa
- e pace verrà data a chi
la vuole ».
- Fremevano le folle e il
vento lieve
- spargeva come semi le
parole
- riconfortando i cuori
inariditi,
- simili a zolle avide di
pioggia:
- « Colui che è primo
cederà il suo posto
- agli ultimi del giro, e
chi possiede
- vedrà passare ad altri i
suoi tesori.
- Chi subisce la sferza
avrà sollievo ».
- Così parlava l’Uomo e
le Sue vesti
- splendevano di luce come
un sole
- venuto a riscaldare i
derelitti.
- « Voi che soffrite fame
di giustizia
- riceverete cibo in
abbondanza,
- voi che subite iniquità
tacendo
- avrete i vostri nomi
scritti in Cielo
- sul Libro della Vita, e
chi ferisce
- si smarrirà nel vortice
del nulla ».
- Promise questo l’Uomo,
ed era maggio,
- o forse il tempo di
stagioni attese,
- ogni parola percorreva l’aria,
- colomba con il segno dell’ulivo.
- « Beato chi non ha
scienza e favella,
- chi la speranza perde e si
smarrisce:
- lo Spirito darà verbo e
sapienza
- e lumi nella notte per
andare.
- E durerete, in verità vi
dico ».
- Così
ci fu promesso. E dureremo.
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SPERANZA |
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- Il mare tornerà, tornerà
l’erba,
- porteranno coralli e
fioriture,
- avranno voli i nidi di
cemento,
- e primavere le città
perdute
- negli inquieti deliri
senza luce.
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- Tornerà l’onda,
torneranno i prati
- con lucciole pulsanti
nella notte,
- con iridi fluttuanti di
farfalle,
- s’abbelliranno il capo
le sirene
- con trine d’alghe e
boccole di perle.
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- Il canto tornerà,
tornerà il tempo
- d’inneffabili cose
barattate
- coi poteri di Mida, e
crolleranno
- le Torri di Babele che l’orgoglio
- eresse per raggiungere le
stelle.
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- E torneranno i Numi nel
giardino
- dove da creta diventammo
carne,
- i nostri giorni non
declineranno,
- le rose non avranno mai
più spine,
- risplenderanno
gli occhi senza pianto.
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