- La nostra epoca non sembra voglia
aprire gli occhi su una cruda verità: i vantaggi dell’automatismo,
dell’elettronico, del supersonico, in breve, della
macchina, sono illusori, alla stregua di un miraggio.
Sperimentata una difficoltà, la speculazione inventiva dell’uomo
escogita il marchingegno capace di eliminarla o di ridurla.
Di primo acchito il prodotto ottenuto sembra perfetto: il
toccasana che ci voleva. Poi, man mano che la macchina
funziona, ci si accorge che legati ad essa, direttamente o
per vie secondarie, ci siamo un po’ tutti noi e buona
parte della nostra libertà.
- L’uomo crea il Moloch che lo
assoggetta.
- Ma questa è pura accademia. Nella
pratica, non si ha neppure il tempo per fermarsi a
riflettere e creare delle alternative. Si vive e basta.
Soltanto nei casi in cui la realtà devia dal binario del
tutto programmato e organizzato, mettendoci sotto il naso
gli imprevisti, solo allora viene fuori l’uomo e le sue
prerogative psicofisiche, le uniche capaci di assecondare i
capricci della vita.
- I capricci della vita di quella
aeronautica si materializzano con scioperi, ritardi per
nebbia, dirottamenti, guasti meccanici.
- Non è raro assistere a quadretti
di vita aeroportuale come questo. Le maestranze di handling
hanno indetto uno sciopero selvaggio, a tempo indeterminato.
Non prestano servizio. Neppure gli addetti alle pulizie dell’aerostazione.
Soli, disperati, gli impiegati di scalo della linea aerea X
non sanno che pesci pigliare.
- L’aereo è fermo sulla pista da
un’ora, ma il capitano, per mezzo della radio di bordo, ha
fatto sapere a terra che lui, senza scalette, non può
scaricare i passeggeri nè, tantomeno, imbarcarne altri. Ha
fissato un ultimatum categorico.
- Se entro un’altra ora non si
saranno provvisti della scala, l’aereo ripartirà per la
prossima tappa, e tanto peggio per i passeggeri che dovevano
sbarcare.
- Capannelli concitati, impiegati
sparpagliati in tutte le direzioni, per vedere se presso
qualche altra compagnia aerea sia reperibile una scaletta;
telefonate da “si salvi chi può”, anche perché il
gruppo dei passeggeri in partenza si amalgama nel formulare
proteste e minacce.
- Quando, ormai, tutto sembra
irrimediabilmente perduto, in virtú di quell’apporto
della fantasia umana di cui si parlava prima, si trova la
soluzione. Uno degli impiegati, mentre imbocca il corridoio
che porta dalla hall della dogana ai W.C., nota una di
quelle scale in dotazione dell’Azienda Elettrica Comunale
per le riparazioni alle linee dell’alta tensione. Sono
scale retrattili, che possono innalzarsi fino a piú di 20
metri dal suolo. Nel cervello dell’uomo scocca la
scintilla dell’inventore. Ecco la scala che può, che deve
servire alla bisogna.
- Torna dal caposcalo,
comunicandogli la scoperta. Dopo la necessaria
autorizzazione dei proprietari della scala, che per fortuna
non sono in sciopero, gli impiegati trascinano il pesante
attrezzo verso la rampa dove sosta l’aereo. Sembra di
assistere a un scena di assedio; i guerrieri che muovono con
arieti e macchine d’assalto contro la fortezza.
- Dietro, a distanza serrata, gli
impiegati precedono le coorti dei passeggeri in partenza,
piú gruppetti di addetti allo scalo, curiosi di assistere
all’epilogo di un cosí estemporaneo imbarco. Chiude la
fila una scorta di polizia e l’autoambulanza, inviate, per
sicurezza, dalla direzione aeroportuale. La prudenza non è
mal troppa!
- Ma le difficoltà non sono finite.
Il capitano si rifiuta di usare quella scala per farvi
scendere dei passeggeri.
- «La responsabilità è mia!»
strilla dalla carlinga al caposcalo sotto l’aereo.
- «Ma che responsabilità d’Egitto!
– strilla di rimando quest’ultimo, inviperito qui si
perdono dei milioni se non imbarchiamo. Presto, non stia a
sottilizzare!».
- «Non mi fido di quell’aggeggio
– insiste il pilota. Non reggerà alla discesa di un solo
passeggero».
- Senza replicare, il caposcalo
ordina di accostare. La manovra viene eseguita in
scioltezza. Quando la sommità ha toccato l’apparecchio in
corrispondenza di uno dei portelloni di uscita, consegnato
ad uno degli impiegati la cartella e la radio portatile, il
caposcalo si concentra come un trapezista prima di
effettuare un triplo salto mortale senza rete poi, guardando
con sfida in direzione della carlinga, comincia a salire.
- Sulla pista si è fatto un
silenzio totale. Qualcuno scatta delle foto; i passeggeri
cominciano a rivedere l’immagine negativa che si erano
creata sulla compagnia aerea e i suoi impiegati.
- «E in gamba, l’uomo!», afferma
un americano, addentando il suo enorme sigaro.
- Piolo dopo piolo, con piglio
vigoroso, il caposcalo si arrampica. Arrivato su in cima, si
volta a rimirare la folla. Sono tutti per lui. Lo raggiunge
un’ovazione entusiastica.
- «Bravo, bravo!» gridano le
scolare di un collegio battendo le mani.
- Ad una simile prova di coraggio,
confortata dalla partecipazione popolare, la pignoleria del
capitano si smonta.
- Il portello si apre e, lentamente,
comincia lo sbarco dei passeggeri e l’imbarco di quelli in
partenza.
- Questo episodio serve a
convalidare la tesi, secondo la quale nulla può fermare la
fantasia umana, specialmente se insorgono necessità
impreviste.
- Non cosí per le macchine. Benché
frutto di perfezionatissimi studi di laboratorio, costruite
con metalli speciali, dotate di sistemi capaci di segnalare
il minimo inconveniente con ore di anticipo, le macchine
sono la famosa pentola del diavolo, perfetta in tutto, ma
senza l’indispensabile coperchio.
- Il coperchio, delle macchine, è
rappresentato dalla loro mancanza di fantasia. Quando
decidono di non andare, non vanno. Inutili risultano
preghiere e minacce, o l’esposizione d’argomenti clic
convincerebbero con la logica il piú duro dei cervelli
umani.
- La macchina non ha arbitrio; è
come un pretoriano. Si lascia distruggere, ma non viene meno
alla consegna ricevuta.
- Queste osservazioni, o qualche
speculazione cerebrale non molto dissimile, attraversavano
la mente del capo-meccanico alle prese con una turbina del
postale che faceva servizio tra due aeroporti dislocati nel
quadrilatero geografico Rio de Janeiro, Asuncion, Santiago e
Buenos Aires. Specificare i nomi non ha importanza; quegli
aeroporti sono talmente simili l’uno all’altro che,
descrivendone Lino, si dà la cartina topografica esatta di
tutti gli altri.
- L’aereo era incappato in una
tempesta di vento, mentre sorvolava il Paranà; un vero
tifone. Nulla da fare per la struttura dei turboreattori,
uno dei quali si era bloccato costringendo il pilota a un
atterraggio forzato, una vera acrobazia da “pattuglie
della morte”, sulla prima pista che si era presentata
sotto le ruote dell’aereo. Si trattava di uno dei tanti
fazzoletti d’asfalto rubati alla giungla: una specie di
casamatta, con veranda in funzione di terminale passeggeri,
l’ufficio di polizia, il telefono e il W.C. Al telefono si
attaccò subito il capitano, chiamando la direzione della
Compagnia nel capoluogo. Dopo vari tentativi, riuscí ad
ottenere che venisse inviato un ingegnere a bordo di un
mezzo di emergenza. Nel frattempo, gli promisero, avrebbero
richiesto alla polizia del distretto dove era situato l’aeroporto,
di mettersi a disposizione dei passeggeri per qualunque
necessità.
- Dal canto loro i passeggeri,
scampati come erano al disastro totale, non chiedevano altro
che di benedire la sorte, in pace, possibilmente al riparo
dal sole, senza fare programmi immediati. Li sistemarono
alla meglio all’interno della casamatta dove, a detta di
un incaricato della direzione aeroportuale, era anche
possibile bere un caffè caldo e qualche bibita ghiacciata d’importazione.
- Il capo-meccanico dell’aeroporto,
un omone che maneggiava chiavi inglesi e pinze con la cupa
rudezza di un maniscalco, sbuffava attorno al
turbo-reattore, mentre cercava di abbrancarlo, proprio come
farebbe un maniscalco alle prese con un mulo riottoso.
- Riuscí a smontare la camicia del
motore, e fu già un successo. Fatto ciò, l’uomo mollò
gli arnesi, rifugiandosi all’interno della stazione, dove
affogò la propria frustrazione in un enorme boccale di
birra locale.
- «Maledizione ai motori a reazione
– confidò al gestore della caffetteria. – Dimmi un po’
tu se devono farli cosí complicati da maneggiare!»
- Il cafetero annuiva meditabondo,
mentre cercava di star dietro alle richieste che piovevano
dal gruppo dei passeggeri.
- «Calma, signori, uno alla volta.
Qui non siamo in albergo, né tanto meno a palazzo reale!
Uno alla volta!».
- Il capitano, da parte sua, si era
sistemato col secondo e la hostess fuori della casamatta,
con sedie ed un tavolino all’ombra di una palma. Da quel
posto era possibile scrutare il cielo per diversi chilometri
verso l’interno della sierra: da quel corridoio sarebbe
dovuto scendere l’aereo di soccorso, con l’ingegnere e
i pezzi di ricambio.
- «Staremo a vedere» disse il
secondo pilota «se manderanno veramente questo ingegnere».
- E il capitano:
- «Perché non dovrebbero? In ogni
caso, io non mi preoccupo. Qui si sta bene e non si
volteggia in aria come qualche ora fa. Vero Estrelita?».
- «Dio mio – esclamò la hostess
– non mi ci faccia pensare. Credevo di non uscirne viva».
- Il secondo pilota sembrava
preoccupato.
- «Anche a me sta bene il riposo,
non dico questo. Ma, – e indicò il meccanico, di nuovo
alle prese col motore – non vorrei che il nostro amico
commettesse qualche grosso guaio irreparabile. Da come suda,
si direbbe che voglia mangiarselo!».
- «No – fece il capitano –
quello lí, al massimo può svitare la camicia. Per il
resto, non credo che possa fare molto».
- L’aereo di soccorso arrivò nel
tardo pomeriggio. Ne discesero uno steward, un funzionario
della compagnia e, finalmente, l’ingegnere. Era minuto,
magro come un grissino. Di robusto e rassicurante aveva solo
un paio di baffi nerissimi e un cronometro al polso. Lo
consultava con un gesto meccanico ogni due-tre minuti.
- Al capitano che gli spiegava
quello che era successo, confidò.
- «Non ci faccia caso se guardo l’orologio
cosí spesso: è che dopo quest’aereo ne ho un altro a
Puerto Ventura».
- Il capitano, sbalordito, chiese:
- «Sempre le tempeste?».
- L’ingegnere scosse il capo.
- «No – ribatté desolato. – Le
ruote all’atterraggio. Un vero disastro. Ci vorrà l’aiuto
di Nostra Signora del Pilar prima che io, Alfonso Hermano
Miguel Herrera, possa ridistendermi sul letto di casa mia».
- «La capisco – annuí
fraternamente il capitano — ma adesso ci tiri fuori da
questo deserto. La gente non ne può piú. Qui – si fece
sospettoso mentre parlava – se non si riparte entro
stasera, scaricheranno su di noi la paura e la rabbia.
Ricorda il caso di Punta Vallarta, nel giugno scorso?».
- L’ingegnere trasalí al ricordo
di quanto era capitato all’equipaggio del DC6 ammarato in
una palude nel distretto poco distante. Costretti a
rientrare a piedi, denudati dai passeggeri inferociti, e
morsi dalle micidiali zanzare di quella regione. Una vera
barbarie!
- «Farò del mio meglio, capitano
– promise Herrera. – Andiamo all’aereo!».
- Era arrivato al momento opportuno,
pensò, mentre urlava al meccanico:
- «Fermo, per l’amor del cielo,
non è un vagone ferroviario, è un reattore !».
- Il meccanico, resosi conto che gli
attrezzi di cui era in possesso si erano rivelati inutili,
aveva pensato di abbandonare gli schemi raccomandati dalla
prassi e seguire la sua ispirazione istintiva. Armatosi di
una lunga spranga di ferro, tentava di forzare il
rivestimento esterno del reattore per mettere a nudo le
parti piú delicate, dove, probabilmente si era verificato l’intoppo.
- «Madre de Dios! – ruggiva
Herrera, – ma cosa voleva fare, smantellare l’intero
aeroporto? Si tolga di mezzo».
- L’uomo non si scusò neanche.
Rientrò, sbuffando, al bar dove si attaccò al solito
boccale di birra.
- «Viva i motori a pistone —
gridò al barista — quelli sí che si lasciano fare. Non
sono cosí sofisticati. Puah!».
- I passeggeri si riscossero dal
letargo e uscirono sulla pista, per assistere all’azione
del taumaturgo appena arrivato.
- L’ingegnere, a onor del vero, a
furia di andare su e giú per l’America Latina, riparando
aerei con i mezzi a sua disposizione, era un mostro della
meccanica d’emergenza. Si muoveva con la scioltezza rude
di quei chirurghi che hanno fatto pratica sui campi di
battaglia, dove piú che la tecnica serve la velocità d’esecuzione
degli interventi e un certo acume sensorio che fa capire
subito, senza studio né riflessione, quasi al fiuto, quale
è il modo migliore per salvare il ferito. Le prime volte si
può anche sbagliare. E umano. Ma poi, giorno dopo giorno,
uno acquista quella pratica con l’aiuto della quale si
scopre subito il male e il suo rimedio, seguendo i consigli
che provengono da quel grande computer che è il cervello
umano, programmato da migliaia di casi e da cento e piú
sconfitte.
- Questa digressione era per gli
sconosciuti meriti del Dr. Alfonso Hermano Miguel Herrera e
per quei tanti, come lui, che sulla pista di tutto il globo
terracqueo, in silenziosa umiltà, permettono alla
scintillante macchina del trasporto aereo di procedere a
testa alta, come dicono la pubblicità nei giornali e gli
slogan sui cartelloni lungo le autostrade degli aeroporti.
- Quel contributo umano per l’appunto
senza il quale motori e computer, una volta lasciati soli,
sarebbero un cuore senza sangue.
- Ma di queste conclusioni, il Dr.
Herrera non si preoccupava. La gente di buona volontà, in
genere, non mette mai sulla bilancia il peso del bene che
fa.
- Nel momento della nostra storia,
la sua preoccupazione maggiore era la luce del sole. Se il
sole calava, era finita per tutti. Non si poteva lavorare
alla luce delle torce elettriche; se di torce elettriche se
ne sarebbero trovate in quella specie di avamposto sahariano
!»
- Indossò la tuta, abbrancò la
borsa dei ferri e, con la sveltezza di uno scoiattolo, si
arrampicò sulla scaletta fin sotto il reattore. Vi rimase
appollaiato, mentre lavorava; i pezzi che smontava li
passava al meccanico che era ritornato alle sue reali
dimensioni. Dopo una mezz’oretta di quel passamano, il
nucleo del reattore era messo a nudo: un intrico di fili,
ventole e valvole.
- L’ingegnere Herrera vi armeggiò
un po’, sfilò un cavetto di rame, lo rinfilò.
- Si accorse di un certo gioco
anomalo degli incastri e, alzatosi sulla piattaforma di
lavoro, cominciò a ridere. Il capitano e gli altri, che
erano di sotto, si guardarono allibiti; con ogni
probabilità, pensarono tutti, lo stress, accoppiato alla
complicatezza dei reattori Mac Danuelle Rotney, avevano
avuto ragione dell’equilibrio mentale del poveretto.
- «Si calmi, ingegnere – gridò
dal basso il capitano – se la faccenda è cosí
complicata, lasci perdere. Ci faremo mandare un motore di
ricambio!».
- «No, ma cosa ha capito – disse
divertito l’ingegnere, stirandosi i baffi. – Al
contrario, è piú semplice di quanto pensassi».
- «Dio sia lodato», esclamò la
hostess.
- Intanto, l’ingegnere, sempre col
volto atteggiato a una grande allegria, scendeva dalla
scaletta.
- «Allora...?» gli chiese un po’
seccato il capitano.
- «Mi serve una donna...» fece di
rimando l’ingegnere.
- Tutti si guardarono sconcertati,
mentre la hostess chinò la testa, arrossendo, se in quel
clima è possibile far notare sul viso un qualsiasi
cambiamento di colore.
- «Ma ingegnere! – aggiunse con
tono sdegnato il secondo pilota. – Le sembra questo il
momento per simili faccende?»
- «Un po’ di contegno non
guasterebbe, – riprese un passeggero –dopo i guai che ci
state procurando!».
- «Calma, signori, calma! –
strillò l’Herrera inviperito. – Qui ci stanno saltando
i nervi. Voglio una donna, perché soltanto una donna può
avere tanti capelli in testa da dover usare una forcina. E a
me serve un semplice umile fermaglio da capelli, ecco!».
- Stupore del capitano.
- «Un fermaglio da capelli? Ma non
vorrà dirmi che lei farà andare quell’aggeggio lí con
un semplice pezzetto di ferro? Suvvia, ingegnere, qui stiamo
sfiorando il ridicolo».
- «Capitano! – esclamò Herrera.
– Il competente di motori sono io, e se le dico che un
semplice fermaglio da capelli basta a far rimettere in moto
quella diavoleria in titanio supersoni-temperato, vuoi dire
che non c’è altro sistema in mezzo a questa steppa».
Poi, abbassando il tono della voce:
- «A meno che lei o qualcuno dei
signori presenti non abbia un’idea migliore. In questa
materia nessuno è infallibile».
- Ci fu un enorme silenzio, rotto
solo dagli striduli richiami degli uccelli che sorvolavano
il campo, per rifugiarsi nella foresta.
- Alla fine, parlò il capitano.
- «Va bene» disse paziente «ormai
ne ho viste tali e tante in questi trent’anni di carriera,
che credo in tutti i miracoli». Poi, rivolto alla hostess:
- «Estrelita, lei ce l’ha un
fermaglio?».
- La ragazza, delusa:
- «No, signor capitano, non ne
porto».
- «Allora domandi ai passeggeri, si
arrangi come può, ma trovi questo benedetto fermaglio. In
queste cose una donna può tutto».
- Stranamente, delle tante donne
imbellettate e ingioiellate di cui era composto il gruppo
dei passeggeri, solo una suora carmelitana in trasferimento
da una missione al capoluogo, fu in grado di fornire l’oggetto.
Per toglierselo, si fece accompagnare dalla hostess al bagno
e lí, soffrendo di vergogna, rimosse dalla testa la grande
cuffia bianca e poi sciolse i capelli. Erano nerissimi e
belli, e la hostess non poté trattenersi dal fare un
complimento alla religiosa. Questa diventò di brace.
- «Per l’amor del cielo,
signorina, non mi faccia peccare. Dopo il miracolo di questa
mattina, dovremmo solo pregare».
- Il fermaglio venne consegnato all’ingegnere
come una reliquia. Svelto come un grillo, Herrera si
riarrampicò sotto il reattore, cavò dalla valigia dei
ferri il saldatore autogeno e gli occhialoni. Per alcuni
attimi si videro zampillare fiotti di scintille dal ventre
del motore: sembravano i bengala che accendono i bambini
nelle feste di Natale.
- Dopo due ore dall’arrivo dell’ingegnere,
il capitano entrò nella cabina e si calò nella poltroncina
di guida. Sperando nella sua buona stella premette il
pulsante di accensione. Prima in sordina, poi piú ampia e
forte, gli rispose la musica dei reattori in funzione; li
portò al massimo, a diverse riprese. Sembravano appena
Usciti dalla fabbrica.
- Il suo orecchio abituato, come
quello di un grande maestro concertatore, notava il pulsare
all’unisono delle turbine, la ripresa pronta al comando
dell’acceleratore.
- Quando mise fuori dal finestrino
della cabina la mano sinistra col pollice rialzato, un urrà
clamoroso si levò dalla pista.
- L’ingegnere fu portato a spalle
fino alla caffetteria, dove i passeggeri fecero a gara per
offrirgli da bere.
- Finalmente, come Dio volle in
quella lunga giornata, col sole che scompariva dietro la
striscia viola della giungla, l’aereo rullò sulla pista,
si staccò dalla terra, impennandosi come un purosangue man
mano che saliva i gradini della quota.
- Lo seguí, dopo un quarto d’ora,
l’aereo di emergenza con a bordo l’ingegnere.
- Solo, al margini della pista,
sagoma blu contro il crepuscolo, era rimasto il meccanico
col suo boccale di birra in mano.
- «Madre de Dios, — esclamò
sorseggiando — che giornata!».